Sabato 5 settembre ha preso inizio Filo, il programma di formazione e co-progettazione nell’ambito del digitale.
La prima giornata ha ospitato il docente Gianluca Sgueo, esperto di transizione tecnologica, politica e democrazia. La sua lezione è ruotata attorno ad una domanda: la tecnologia, in particolare l’intelligenza artificiale, rende migliore la democrazia?
Questo interrogativo è sorto a seguito dell’implementazione dell’AI nei sistemi democratici e nella pubblica amministrazione. Un esempio concreto è Diella: la nuova Minister of State for Artificial Intelligence del governo albanese. Diella è un avatar generato al fine di assistere il primo ministro Edi Rama, gestendo “lei stessa” gli appalti pubblici e i finanziamenti in modo trasparente.
Ma l’AI può essere davvero compatibile con i processi democratici?
Sgueo sottolinea una contrapposizione profonda tra democrazia e AI. L’intelligenza artificiale vuole velocizzare, semplificare e ottimizzare i processi. Nasce infatti come strumento per comprendere un problema, scomporlo in unità e risolverlo nel modo più efficace possibile per l’utente. La democrazia, al contrario, è un processo lento e articolato, il cui scopo non è l’efficienza e la razionalizzazione della risposta, ma la mediazione e la sintesi dei bisogni della comunità. La differenza risulta dunque estremamente chiara: l’AI vuole risolvere i problemi, la democrazia vuole rappresentarli.
Attorno a tale contrapposizione si scontrano due visioni.
Da un lato i tecno-ottimisti, convinti che l’automazione dei processi possa contribuire positivamente, rendendo le decisioni più rapide, trasparenti e accessibili.
Dall’altro i tecno-realisti i quali invitano a guardarne invece i rischi rispetto alla libertà degli utenti, alla volatilità delle relazioni e alla crescente concentrazione di potere nelle mani delle Big Tech. In questo scenario, la lentezza della democrazia smette di essere una inefficienza da correggere e diventa la garanzia indispensabile per l’inclusione di ogni singola voce.


