Cosa sono e cosa le interazioni online rivelano sulla nostra società.
Spesso ci si interroga sull’impatto che la digitalizzazione ha avuto sulla nostra identità, sulle nostre scelte e sul modo di interagire e relazionarsi con il mondo esterno. Ci si chiede se la conversione al digitale, ancora in corso, delle interazioni tra esseri umani possa definirsi un continuo progredire o se si è addirittura giunti a un punto di non ritorno.
In seguito alla lezione tenuta da Gianluca Sgueo, docente e ricercatore internazionale, noi ragazzi di Filo Digitale abbiamo avuto l’opportunità di approfondire l’argomento, analizzandone benefici e ripercussioni.
In sociologia si definiscono “legami deboli” tutte quelle relazioni interpersonali caratterizzate da un basso livello di intimità e di profondità affettiva e che differiscono dai legami forti per il limitato investimento emotivo e temporale. I rapporti familiari, amicali o amorosi, ad esempio, si considerano forti; al contrario, contatti occasionali come le connessioni professionali, di studio o di vicinato sono ritenuti deboli. Ed è in un mondo estremamente accelerato e individualista come quello contemporaneo che, grazie all’impiego della tecnologia, è possibile ottimizzare il processo di creazione di legami deboli. Il tecno‑ottimista Clay Shirky sostiene, infatti, che questi siano il presupposto per un libero scambio di idee e informazioni, abbattendo confini spaziali e culturali.
Non è un caso che le prime piattaforme (da qui il termine “social network”) come le celebri LinkedIn e Facebook siano nate specificatamente per mettere in connessione persone con interessi comuni. È anche vero che, dall’inizio del secondo millennio ad oggi, le funzioni e il design delle piattaforme e, di conseguenza, le abitudini di utilizzo hanno subìto un mutamento significativo. Ad esempio, il continuo “scrollare” e “mettere mi piace” ha portato l’utente a interiorizzare il gesto e, pertanto, a ripeterlo quasi inconsciamente. Inoltre, interazioni come like, visualizzazioni, follower, commenti e condivisioni — che prima erano solamente manifestazione di gradimento — hanno rapidamente assunto un ruolo fondamentale come indice di status, oltre che come punto di partenza per una monetizzazione del contenuto.
Milioni di profili rincorrono il numero per crescere in popolarità e prestigio: più follower hai, più vali a livello socio‑economico. La complessità dei legami si riduce, dunque, a un fattore di quantità, rinnegando il tanto osannato “pochi ma buoni”. Si predilige un rapporto effimero e poco profondo tra fruitore e produttore, spesso basato su idee temporaneamente condivise, tendenze passeggere, ricerca di validazione, finta trasparenza e scarsa autenticità.
Uno scenario frequente è, ad esempio, l’uso improprio del termine “amici”, impiegato da molte figure pubbliche sui social che si rivolgono ai propri “seguaci” per esprimere gratitudine. E se un giorno quei numeri dovessero non avere più valore? Cosa rimarrebbe? Cosa potrebbe colmare quel vuoto?
La soluzione non sta nel rifiutare il progresso tecnologico e l’universo dei social media, dato che è ormai inevitabile diventarne parte integrante. Tuttavia, occorre esserlo in modo sano e consapevole, concedendosi una scrupolosa riflessione sui limiti che i legami deboli online comportano e dedicando tempo e attenzione al costruire e coltivare le relazioni oltre lo schermo.


