Saremo disposti ad utilizzare sempre più le nuove tecnologie, nonostante i rischi per l’ambiente?

L’IA e le nuove tecnologie rendono sicuramente il lavoro e la vita più efficienti, assegnando i compiti ripetitivi alle macchine e aiutandoci a gestire gli impegni quotidiani. Esse consentono anche diagnosi più rapide nel campo della medicina e aumentano la produttività dei trasporti grazie alla guida autonoma. Ma quali sono i rischi delle nuove tecnologie sull’ambiente? Ne siamo realmente coscienti?

IA e ambiente

Il primo problema è l’eccessivo consumo di acqua. Grandi data center, molta energia, molti calcoli eseguiti contemporaneamente generano una elevata quantità di calore. Esso va dissipato con milioni di litri di acqua che evaporano.

Purtroppo, quando si considerano i consumi, si parla di stime su modelli poiché le aziende non sono vincolate dall’obbligo di trasparenza e ci sono diverse variabili che cambiano i valori: la collocazione delle infrastrutture, il periodo di riferimento, il modo in cui sono costruiti gli impianti.

Abbiamo a disposizione dati contrastanti tra Google e OpenAI, che nel 2025 hanno riferito che una singola richiesta consuma tra 0,2 e 0,35 ml d’acqua, e un paper scritto dalla UC Riverside che ha calcolato un consumo di 8 ml di acqua per GPT-3. 

Come emerge dalle stime dell’Öko-Institute, rispetto all’alimentazione dei sistemi di raffreddamento dei data center tradizionali, per quelli dell’IA viene utilizzata il doppio dell’acqua necessaria. Si prevede che entro il 2030 l’uso globale di acqua per il raffreddamento dei data center possa quadruplicare da 175 miliardi di litri nel 2023 a 664 miliardi entro il 2030. Si puoʻ dedurre che con questa quantità di acqua si possa provvedere al fabbisogno di una città grande tre volte Milano.

In secondo luogo le nuove tecnologie richiedono una moltitudine di energia. L’addestramento dei modelli di deep learning ha bisogno di infrastrutture efficienti che funzionino senza sosta. L’elaborazione di enormi dataset e l’ottimizzazione dei parametri interni hanno come conseguenza un grande sfruttamento di energia. 

Secondo studi del MIT, Massachusetts Institute of Technology, all’aumentare delle dimensioni del modello, della durata dell’addestramento e dell’efficienza dell’hardware le emissioni sono maggiori.

L’energia viene utilizzata anche e soprattutto per le inferenze, cioè la capacità di modelli IA di riconoscere pattern e trarne delle conclusioni. La rivista MIT Technology Review ha stimato che oltre l’80% della potenza di calcolo dell’IA serve per fare previsioni o generare testo e immagini.

Guardando i dati della Banca Centrale Europea, una risposta di un tool di IA generativa consuma 10 volte più energia di una normale ricerca su Google. 

Il rapporto dell’Öko-Institute prevede consumi di energia undici volte superiori entro il 2030 rispetto a quelli del 2023. 

Un eccessivo sfruttamento di energia porta con sé impatti sulle emissioni. È difficile stimare le quantità per ora, dipendono dal bilancio tra fonti fossili e fonti rinnovabili.

L’agenzia internazionale dell’Energia ha calcolato che a livello globale il 30% di elettricità consumata dai data center ha come fonte il carbone, per il 27% l’energia rinnovabile (principalmente energia eolica, fotovoltaica e idroelettrica), per il 26% il gas naturale e il 15% il nucleare.

Il 60% dei data center si trova negli Stati Uniti e in Europa, dove si utilizzano sempre più le rinnovabili. Tuttavia Microsoft e Google hanno ammesso che le loro emissioni di recente sono aumentate. In Europa è in vigore l’AI Act che sancisce agli Stati membri la riduzione al minimo dell’impatto dell’IA sulla sostenibilità ambientale, anche se non sembra essere stato perfezionato. Invece negli Stati Uniti la regolamentazione è stata smontata dalla deregulation nel 2025.

Il 25% dei data center è collocato in Cina, in cui la produzione energetica è legata maggiormente alle fonti fossili e inquinanti.

Anche la produzione dell’hardware per l’IA aumenta le conseguenze sull’ambiente. La produzione di un chip deve operare con grandissima precisione su scale estremamente piccole, un processo per questo motivo molto energivoro, a cui va aggiunta l’energia necessaria per estrarre i minerali necessari alla produzione.

Tra il 2023 e il 2024 il consumo di energia elettrica e le emissioni di gas serra derivanti dalla produzione globale di chip sono aumentati rispettivamente del 351% e del 357%, prendendo in considerazione un rapporto di Greenpeace. Per realizzarli, occorrono i semiconduttori che sono principalmente prodotti in Asia orientale. Tuttavia al fine di creare energia viene sfruttata una grande quantità di combustibili fossili, che forniscono la maggior parte di energia elettrica in paesi come la Corea del Sud (58,5%), il Giappone (68,6%) e il Taiwan (83,1%).

Si ritiene che, continuando a progettare e produrre i chip, la domanda globale di elettricità aumenterà fino a 170 volte rispetto al 2023. Si tratta di un valore che supera l’attuale consumo di energia elettrica di tutta l’Irlanda.

Altro risultato della produzione di macchine è l’accumulo di rifiuti elettronici. A detta dell’Öko-Institute, si accumuleranno fino a cinque milioni di tonnellate di rifiuti elettronici in più entro il 2030. Ciò sarà causato dall’espansione dei data center e delle capacità dell’IA.

Telefoni e ambiente

Inizialmente la produzione degli smartphone richiede materie prime che sono principalmente estratte in modo intensivo. Si utilizzano il cobalto e il litio per produrre le batterie, il tantalio e l’oro per i circuiti e i connettori e infine la plastica e il vetro. La loro estrazione provoca impatti significativi, tra cui un alto consumo di energia, la contaminazione dell’acqua e la deforestazione. Si valuta che per produrre un singolo smartphone occorrano 70-90 kg di risorse naturali.

Successivamente si passa alla trasformazione delle materie prime in componenti per cui servono fabbriche di semiconduttori che consumano moltissima acqua ed energia. Aggiunge un contributo anche la produzione di display e batterie, responsabile di emissioni grandissime di gas serra. Swappie ha riferito che per la produzione di un solo smartphone si generino circa 80 kg di CO2.

Si continua con il terzo step, ossia il trasporto dei dispositivi e la loro distribuzione in tutto il mondo. Secondo uno studio dell’Agenzia Europea dell’Ambiente, in Europa il settore trasporti, tra cui aerei e camion, risulta responsabile di circa 1/4 dell’impronta carbonica totale e, di queste, circa il 72% viene prodotto dal trasporto su strada. In aggiunta, questi valori accrescono se i dispositivi presentano un packaging più spesso poiché hanno bisogno di più spazio. Inoltre nella maggior parte dei casi i cellulari sono assemblati in paesi diversi da quelli di vendita, perciò è necessaria una moltitudine di mezzi.

Anche l’uso del nostro dispositivo, sebbene in quantità minori, contribuisce all’impatto ambientale. L’energia per ricaricare i telefoni produce emissioni e gli aggiornamenti software e backup in cloud consumano energia dei server.

Quindi il telefono giunge alla fine della sua vita e diventa un rifiuto elettronico che non può essere riciclato. I materiali di partenza non possono essere recuperati e per di più i dispositivi non vengono sempre gettati negli appositi contenitori (RAEE) ma nei bidoni sbagliati. Di conseguenza, essi portano inquinamento all’acqua e al suolo.

Come possiamo agire per ridurre l’impatto ambientale causato dalla tecnologia digitale?

Per quanto riguarda l’IA, può essere una buona abitudine utilizzarla solo quando è davvero necessaria, come ad esempio per task monotone, e lasciare spazio a compiti più impegnativi e importanti da completare con le proprie capacità. Perciò al posto di chiedere un’informazione ad un tool, è meglio affidarsi ad un browser.

In generale è fondamentale scegliere prodotti digitali duraturi e riparabili, così da ridurre gli scarti nell’ambiente. Altri miglioramenti significativi possono essere dati dall’acquisto di dispositivi ricondizionati, in modo da diminuire i consumi e le emissioni, e lo smaltimento nei centri di raccolta RAEE nel momento in cui non sono più utilizzabili.

Articolo scritto da Dana Georgiana Melinente 

CONTATTI

un progetto di
con il contributo formativo di

Copyright © 2026 | Filo | D.O.C. s.c.s. | Fondazione Compagnia di San Paolo | Fondazione Italia Digitale