Dalla fotografia all’intelligenza artificiale, ogni nuova tecnologia ha messo in discussione il confine tra tecnica e creatività. Oggi, tra immagini generate da algoritmi, premi artistici e video sintetici sempre più realistici, la domanda torna con forza: l’AI sta trasformando l’arte o ci sta obbligando a ripensare cosa significhi creare?
Durante l’ultimo incontro di Filo, Marco Bani ha riportato al centro una domanda sempre più difficile da ignorare: cosa succede all’arte quando una macchina impara a creare immagini, video e opere capaci di competere con quelle prodotte dall’uomo e, soprattutto, ha ancora senso parlare di arte nello stesso modo di prima?
La domanda può sembrare esagerata, quasi costruita apposta per provocare una discussione, ma diventa meno assurda quando ci accorgiamo di quanto velocemente sia cambiato il nostro rapporto con le immagini. Fino a pochi anni fa, davanti a un’illustrazione particolarmente bella potevamo chiederci chi l’avesse disegnata, quale tecnica avesse usato e quanto tempo ci avesse messo, mentre oggi una delle prime domande è diventata un’altra: è fatta con l’intelligenza artificiale? Non è soltanto curiosità tecnica, perché dietro quella domanda ne nascondiamo una molto più difficile, cioè se un’immagine perda qualcosa nel momento in cui scopriamo che a produrla non è stata interamente una persona, una sensazione strana soprattutto perché l’immagine davanti a noi non cambia, i colori sono gli stessi, la composizione è la stessa e quello che avevamo provato guardandola pochi secondi prima dovrebbe restare invariato. Eppure, la sua origine sembra modificarne immediatamente il valore, come se conoscere il processo con cui qualcosa è stato creato cambiasse anche il nostro modo di guardarlo.
È successo in modo particolarmente evidente nel 2022, quando Jason M. Allen partecipò alla Colorado State Fair con Théâtre D’opéra Spatial, un’immagine realizzata attraverso Midjourney, uno dei primi generatori di immagini diventati popolari presso il grande pubblico. Allen vinse nella categoria dedicata all’arte digitale e la notizia provocò una discussione enorme, perché improvvisamente una domanda che fino a quel momento era rimasta confinata nei laboratori di ricerca e nelle community online entrava in un concorso d’arte: se una persona descrive un’immagine a una macchina, genera molte versioni, le confronta, modifica le istruzioni, sceglie quella che considera migliore e continua a lavorarci, chi è l’autore?
Allen non descrisse un singolo comando seguito da un risultato perfetto, nei documenti che ricostruiscono il suo lavoro spiegò di avere iterato almeno 624 volte tra revisioni e prompt, poi di avere lavorato sull’immagine con Photoshop e di averla ingrandita con Gigapixel AI. Allen ha fatto delle scelte e costruito progressivamente il risultato che voleva ottenere, ma per molti questo non bastava, perché mancava quello che siamo abituati a considerare il gesto artistico, la mano che disegna, dipinge, fotografa o modella direttamente la materia.
Nel mezzo delle polemiche Allen pronunciò una frase destinata a diventare quasi più famosa dell’opera stessa: “Art is dead, dude. It’s over. A.I. won. Humans lost.” L’arte è morta. L’intelligenza artificiale ha vinto. Gli esseri umani hanno perso. È una frase perfetta per Internet, perché trasforma una questione complicata in una battaglia con un vincitore e uno sconfitto, ma forse il problema è proprio pensare che debba esserci necessariamente una competizione tra noi e la macchina, come se la creatività fosse una partita e l’arrivo di uno strumento capace di generare immagini significasse automaticamente che qualcuno debba smettere di crearle. In realtà, non è nemmeno la prima volta che una tecnologia viene accusata di mettere in pericolo l’arte, perché quasi due secoli prima di Midjourney, Charles Baudelaire guardava con sospetto un’altra macchina capace di produrre immagini con una facilità e una precisione che sembravano impossibili fino a pochi anni prima: la macchina fotografica.
Nel Salon del 1859 Baudelaire scriveva parole durissime sulla fotografia e sul pubblico che la stava accogliendo con entusiasmo, arrivando a descrivere l’industria fotografica come il “rifugio di tutti i pittori mancati”. La fotografia, secondo lui, poteva essere utilissima per conservare ciò che rischiava di scomparire, documentare luoghi, oggetti, opere e informazioni, ma diventava pericolosa quando pretendeva di occupare lo stesso spazio dell’arte, perché l’arte non consisteva semplicemente nel riprodurre con precisione ciò che abbiamo davanti agli occhi. Per Baudelaire l’immaginazione aveva un ruolo centrale, perché l’artista non era una macchina incaricata di copiare il mondo, ma qualcuno capace di attraversarlo, deformarlo, ricordarlo e trasformarlo, mentre il sogno, l’impalpabile, ciò che non esiste ancora e forse non esisterà mai erano territori dell’arte proprio perché non potevano essere ridotti a una registrazione perfetta della realtà. La fotografia sembrava strappare quel velo e consegnare all’osservatore un momento realmente accaduto, fermato dalla luce e dalla macchina.
Vista da oggi, questa paura fa quasi sorridere, perché la fotografia non ha ucciso la pittura e i fotografi non sono diventati semplicemente pittori falliti con uno strumento più facile tra le mani. È successo qualcosa di molto più interessante: la pittura ha iniziato a chiedersi che cosa potesse fare ora che non era più l’unico modo per rappresentare il mondo, mentre la fotografia ha costruito un proprio linguaggio, una propria cultura e un proprio modo di raccontare la realtà, ed è difficile non vedere qualcosa di familiare nella discussione che stiamo vivendo oggi.
L’intelligenza artificiale, però, aggiunge un elemento ancora più strano, perché se la fotografia aveva sconvolto l’arte mostrando la realtà con una precisione nuova, l’AI può sconvolgerla facendo quasi il contrario: non ha bisogno che il momento rappresentato sia mai accaduto, può mostrarci una città che non esiste, una persona che non è mai nata o una scena che nessuna macchina fotografica avrebbe potuto fotografare, e può farlo partendo da poche parole scritte su uno schermo.
In questo senso, uno dei simboli più interessanti della storia recente dell’intelligenza artificiale non è un’opera esposta in un museo e nemmeno un’immagine premiata in un concorso, ma Will Smith che mangia gli spaghetti. Nel 2023 cominciò a circolare online un breve video generato con l’intelligenza artificiale nel quale una versione sintetica di Will Smith cercava di mangiare un piatto di spaghetti, con un risultato inquietante e comico allo stesso tempo: il volto cambiava forma, la bocca sembrava fondersi con il cibo, le mani apparivano e scomparivano e gli spaghetti sembravano avere una propria volontà. Non serviva essere esperti di intelligenza artificiale per capire che qualcosa non funzionava, bastavano pochi secondi per riconoscere che quello non era il mondo reale.
Quel video, nato quasi come una curiosità, è diventato negli anni una specie di test informale per osservare i progressi dei generatori video, perché ogni nuova generazione di modelli prova a rifare scene simili e ogni volta gli errori diminuiscono, i movimenti diventano più credibili, i volti più stabili e la luce più coerente, fino al punto in cui la cosa interessante non è più ridere di quanto sia incapace una macchina di rappresentare un uomo che mangia gli spaghetti, ma domandarsi quanto tempo ci separi dal momento in cui non troveremo più nulla da ridere. Per questo si può pensare al video di Will Smith quasi come a un nuovo test di Turing, naturalmente in senso metaforico: Alan Turing immaginava una situazione nella quale, conversando attraverso una macchina, sarebbe diventato difficile capire se dall’altra parte ci fosse un essere umano oppure un computer, mentre oggi stiamo portando una domanda simile nel territorio delle immagini, chiedendoci non più soltanto se una macchina sappia parlare come noi, ma se sappia costruire qualcosa che i nostri occhi accettano come reale.
E forse proprio qui la domanda “l’AI ha ucciso l’arte?” diventa meno interessante di un’altra: cosa succede all’arte quando creare immagini diventa facilissimo?
Per secoli una parte enorme del valore attribuito all’artista è stata legata anche alla difficoltà tecnica del fare: imparare a disegnare un volto, dipingere la luce, scolpire un corpo, usare una macchina fotografica, montare un film o animare una scena richiede tempo, esercizio e spesso anni di errori. Con l’intelligenza artificiale una parte di questa distanza tra immaginare e produrre si riduce enormemente, perché una persona che non sa disegnare può visualizzare un’idea, chi non ha una troupe cinematografica può costruire uno storyboard e chi non ha mai studiato animazione può iniziare a sperimentare con immagini in movimento. C’è qualcosa di profondamente positivo in questa possibilità, perché significa che molte idee prima bloccate dalla mancanza di mezzi possono finalmente assumere una forma, la creatività non appartiene soltanto a chi possiede una tecnica perfetta e rendere gli strumenti più accessibili permette a più persone di raccontare qualcosa. Ma proprio questa facilità crea un problema nuovo: se tutti possiamo produrre immagini bellissime in pochi secondi, una bella immagine smette automaticamente di essere interessante?
Una ricerca pubblicata nel 2024 su Science Advances da Anil Doshi e Oliver Hauser ha mostrato qualcosa che racconta bene questa contraddizione: in un esperimento con 293 scrittori, l’uso dell’intelligenza artificiale generativa aiutava gli scrittori a produrre racconti giudicati individualmente più creativi, soprattutto nel caso di chi partiva con minori capacità creative, ma allo stesso tempo i racconti prodotti con l’aiuto dell’AI tendevano a diventare più simili tra loro. Lo strumento poteva quindi aiutare il singolo, mentre a livello collettivo rischiava di ridurre la varietà. È forse una delle contraddizioni più importanti dell’AI creativa: può permetterci di fare più cose e, nello stesso momento, spingerci verso le stesse cose. Se milioni di persone usano strumenti costruiti sugli stessi modelli, chiedono immagini attraverso formule simili e scelgono i risultati che corrispondono agli stessi gusti visivi, il rischio non è necessariamente che smetteremo di creare, ma che cominceremo a farlo tutti nello stesso modo, producendo immagini perfette, illuminate perfettamente, composte perfettamente e, dopo averne viste mille, stranamente dimenticabili.
È qui che Baudelaire torna a essere interessante, anche se non poteva naturalmente prevedere nulla di simile all’intelligenza artificiale, perché la sua critica alla fotografia conteneva un errore evidente, dato che la fotografia sarebbe diventata una forma d’arte enorme, ma conteneva anche un’intuizione che oggi possiamo rileggere: possedere una tecnologia capace di produrre immagini non significa automaticamente avere qualcosa da dire.
Forse il cambiamento più grande prodotto dall’AI sarà proprio questo: quando produrre diventa facile, scegliere diventa difficile. Quando possiamo generare cento immagini in pochi minuti, il gesto creativo non scompare, ma si sposta anche nella capacità di riconoscere quella che vale la pena tenere, capire perché funziona, modificarla, rifiutare le altre novantanove e soprattutto chiedersi se abbiamo davvero bisogno di generarne un’altra. L’artista del futuro potrebbe quindi non essere definito soltanto dalla capacità tecnica di realizzare qualcosa, ma dalla capacità di costruire un punto di vista in mezzo a una quantità praticamente infinita di possibilità, con un valore che potrebbe trovarsi meno nel dimostrare “guarda cosa sono capace di produrre” e sempre di più nel poter dire “tra tutto ciò che avrei potuto produrre, ho scelto di mostrarti questo”.
Questo non significa che la tecnica smetterà di avere valore, né che l’intelligenza artificiale renderà automaticamente tutti artisti, significa piuttosto che ci costringerà a distinguere sempre meglio tra produzione e creazione, tra un’immagine che esiste perché poteva essere generata e un’immagine che esiste perché qualcuno sentiva la necessità di farla esistere. Non possiamo scegliere un futuro nel quale l’intelligenza artificiale semplicemente non esiste, perché la incontreremo mentre studiamo, lavoriamo, scriviamo, progettiamo, ascoltiamo musica, guardiamo film e navighiamo online, spesso senza nemmeno renderci conto che è presente, e per questo pensare di difendere la creatività evitando qualsiasi contatto con l’AI rischia di essere tanto irrealistico quanto sarebbe stato, nell’Ottocento, provare a salvare la pittura facendo scomparire la fotografia.
La scelta che rimane, però, riguarda il modo in cui vogliamo interagire con questi strumenti: possiamo usarli per evitare la fatica di avere idee oppure per dare una forma a idee che prima non riuscivamo a realizzare, possiamo accettare la prima immagine che compare sullo schermo oppure continuare a cercare qualcosa che ci assomigli davvero, possiamo lasciare che la macchina riempia ogni spazio vuoto oppure ricordarci che proprio quello spazio, il momento in cui non sappiamo ancora cosa fare, in cui proviamo, sbagliamo, cancelliamo e ricominciamo, è sempre stato una parte fondamentale della creazione.
Forse allora l’intelligenza artificiale non ha ucciso l’arte, ma sta cambiando il nostro rapporto con essa, soprattutto se cominciamo a pensare che creare sia diventato inutile perché una macchina lo fa più velocemente. Il vero rischio non è che l’AI impari a disegnare meglio di noi, a scrivere meglio di noi o a generare un video di Will Smith che mangia spaghetti senza deformargli il volto, ma guardare quella macchina e decidere che, visto che può creare al nostro posto, noi possiamo smettere di farlo. Non dobbiamo essere creativi perché gli esseri umani saranno sempre tecnicamente migliori delle macchine, perché in molti campi potrebbe non essere così, dobbiamo continuare a esserlo perché creare è uno dei modi attraverso cui proviamo a capire ciò che vediamo, raccontiamo quello che non sappiamo spiegare direttamente, trasformiamo esperienze in immagini, parole, suoni e forme e lasciamo qualcosa di noi agli altri.
Interagire con l’intelligenza artificiale sarà quasi inevitabile, smettere di creare, invece, rimane una scelta. E allora, mentre le macchine imparano a produrre immagini, testi, musica e video sempre più convincenti, forse la risposta non è cercare disperatamente qualcosa che soltanto un essere umano sarà capace di fare per sempre, ma continuare a fare cose perché sentiamo il bisogno di farle, anche quando non siamo i più veloci, anche quando non sono perfette, anche quando una macchina potrebbe produrne cento nello stesso tempo.
Non smettiamo di creare, non per dimostrare di essere migliori dell’intelligenza artificiale, ma per non smettere di essere umani.
Articolo scritto da Debanhi Loana Garcia Reyes

