La tecnologia oggi rappresenta uno degli elementi più pervasivi nelle nostre vite. Forse sembra banale, ma oramai ogni nostra azione quotidiana, ogni nostro più semplice pensiero, si colloca all’interno di un universo nascosto, di cui molte persone conoscono poco, sia per mancanza di risorse (materiali e non solo), sia per l’assenza di opportunità che le aiutino a comprendere meglio questo mondo del Digitale.
Questa rete di connessioni che comunemente chiamiamo Internet nasce attorno agli anni ’50 del secolo scorso; eppure, inizialmente non si presentava come l’insieme di nodi e legami invisibili che oggi risulta esser più fitto e complesso che mai. Questo insieme di dispositivi hardware, canali di trasmissione e software, che permettono lo scambio di qualsiasi tipo di dato e informazione, è frutto di un progresso tecnologico sorprendente, che in pochi decenni ha portato alla nascita del ben noto World Wide Web nel 1989. Da questo momento in poi l’innovazione tecnologica è inarrestabile. Nel 1998 nasce ufficialmente Google e in breve tempo seguono chat, blog, forum fino ai primi social network, che caratterizzano la seconda fase nella storia di Internet: il Web 2.0.
Ma la rivoluzione informatica e digitale non si ferma, si passa infatti al Web 3.0, uno spazio in cui ogni persona e ogni luogo sono sempre connessi, come da un filo rosso che disegna una ragnatela tra foto, ritagli di giornale e ritratti su una lavagna. E’ in questa fase che i confini spazio-temporali sembrano scomparire del tutto, lasciando uno spazio libero da ogni vincolo per comunicare e scambiare informazioni a distanza di chilometri in pochi secondi. A tal proposito Luciano Floridi, padre della filosofia dell’informazione, conia il neologismo “Onlife” per descrivere quel connubio tra la realtà materiale e analogica e la realtà virtuale e interattiva, che ormai sembra ben rispecchiare il nuovo modo di vivere nella società contemporanea.
Tuttavia, ancora una volta il progresso sembra non volersi accontentare. Se da un lato i diversi device, come lo smartphone, erano nati come strumento per facilitare la comunicazione tra le persone, dall’altro assistiamo a un progressivo cambiamento nel modo stesso di interagire, sempre più caratterizzato da uno scambio tra l’uomo e la macchina pensante. Si può parlare di una nuova e quarta era tecnologica, il cui ruolo da protagonista spetta alla nostra nuova amica: l’Intelligenza Artificiale.
E’ chiaro quindi che la nostra vita oggi non può prescindere da questa dimensione digitale, che lo si voglia o meno. La verità è che rinunciare a comprendere e a stare al passo con questo rapido progresso rischia di escludere e isolare dal resto della società. E se l’uomo, fin dai tempi di Aristotele, viene riconosciuto come “animale sociale per natura” — concetto che verrà ripreso all’inizio del XIX secolo e fatto principio e presupposto della Sociologia — , diviene evidente la necessità d’integrazione in questo nuovo mondo.
Conoscere e comprendere il digitale è pertanto diventato un prerequisito per poter esercitare una piena cittadinanza ed essere riconosciuti nei propri diritti e doveri, che non vengono più solo esercitati all’interno del proprio Paese, ma vengono estesi a quell’ampio mondo interconnesso che si è venuto a creare.
Eppure, sebbene vengano formalmente riconosciuti attraverso documenti e carte internazionali — come il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR, Reg. UE 2016/679) sulla tutela dei dati personali e della privacy — , molti di questi diritti digitali vengono in realtà svuotati del loro valore effettivo. Pertanto, cosa garantisce a ogni cittadino — sia esso un bambino, un nonno o un giovane adulto — di poter vivere quel mondo interconnesso attraverso una piena inclusione? Come fare affinché nessuno venga escluso?
Ebbene, la risposta mi è giunta al termine del progetto FILO: l’educazione è la soluzione. Nicolò Govoni, CEO di Still I Rise, sul palco di TEDx presenta in modo chiaro la sua visione:
“Una macchina può darti ogni cosa e ogni come e può solo migliorare in entrambi. Una macchina non sarà mai in grado di rispondere al ‘perché’. E questo perché il ‘perché’ non è un’informazione, il ‘perché’ è qualcosa che ti guadagni…”
E’ con queste parole che Govoni invita a riflettere: lasciamo pure che le macchine evolvano sul cosa e sul come, ma scegliamo noi, in quanto persone, di allenare ciò che ci rende umani, insegnando a porsi le domande giuste e a dare un senso a quello che si impara.
Oggi la pedagogia insegna prima di tutto il ruolo preponderante dell’educatore nel garantire a tutti le opportunità necessarie all’acquisizione e all’esercizio di una cittadinanza piena, che riconosca l’individuo come portatore di diritti e doveri innati, universali, immutabili e soprattutto inviolabili, e che oggi più che mai devono estendersi al mondo del digitale. Tuttavia, questa cittadinanza può essere compiutamente riconosciuta solo all’interno della democrazia, la quale necessita di esprimersi nella sua complessità decisionale per garantire l’inclusione di quella che si presenta come una comunità ampia ed eterogenea. Pertanto, il professore Gianluca Sgueo evidenzia una chiara dicotomia tra la tecnologia — pensata per essere veloce, semplice e neutrale — e la democrazia, che richiede invece tempo, laboriosità e partecipazione, invitando a riflettere sulla reale possibilità della prima nel migliorare i processi decisionali della seconda.
Opportunità come il corso di formazione FILO e il Festival del Digitale Popolare, proprio come suggerisce il nome, rispecchiano appieno questa visione. L’educazione permette di conoscere e acquisire consapevolezza del digitale, sviluppando un pensiero critico per potersi muovere all’interno di quella fitta e intricata rete che è Internet senza perdersi, ma al contrario dando significato a ciò che incontriamo.
A tal riguardo, durante un incontro di FILO, Davide Casaleggio, imprenditore e politico italiano, ci ha mostrato come l’AI abbia messo in discussione ciò che prima consideravamo esclusivo dell’uomo, lasciandoci con un importante interrogativo: cosa ci rende umani? Ebbene, la risposta è arrivata nella lezione successiva con Arianna Ciracò, avvocata esperta di diritto informatico, che ha riconosciuto una responsabilità dell’uomo nell’analizzare, interpretare e dare valore ai dati che l’intelligenza artificiale ci fornisce. Ma per fare ciò c’è bisogno di qualcuno che ce lo insegni. A tal proposito Marco Bani ci ha posto una semplice quanto significativa domanda: quanto siamo in controllo della tecnologia? Risulta infatti piuttosto evidente che l’innovazione tecnologica stia procedendo alla velocità della luce e che questo comporti il rischio di perder di vista le ragioni che ci hanno spinto a sviluppare tecnologie sempre più avanzate.
Infatti, la tecnologia può diventare un supporto eccezionale per l’uomo semplificando, ottimizzando e affiancando le sue attività; tuttavia richiede un utilizzo consapevole e critico, affinché non si sostituisca all’essere umano privandolo delle sue facoltà intellettive, come la capacità di dare significato alla realtà. Pertanto, sono l’educazione e la formazione che permettono di acquisire quelle capacità e competenze necessarie per vivere pienamente il mondo digitale da cittadini attivi.
Anche durante il Festival del Digitale Popolare questo tema è stato centrale in diverse interviste, come in quella fatta ad Arianna Craviotto. La giovane doppiatrice e influencer, narrando la propria storia, ha ribadito l’importanza dell’insegnare ai giovani a riconoscere che Facebook, Tik Tok, Instagram e altri social sono solo l’espressione di un mondo fatto di apparenza e che dietro lo schermo in realtà si nascondono persone con fragilità, valori e difetti propri, ricordando che la perfezione non esiste e che bisogna esserne consapevoli, al fine di non divenire vittima delle false aspettative e speranze che spesso queste piattaforme creano.
A tal proposito, alla nostra domanda: se dovesse dare un’abitudine concreta per avere un rapporto più sano col digitale, quale sarebbe? Adriano Cacciola, psicologo e psicoterapeuta, risponde dicendo che sono l’educazione e l’accompagnamento, fin da quando si è piccoli, all’uso cosciente della tecnologia a permettere di rapportarsi con essa in modo sicuro e sano.
In conclusione, lo scetticismo che molte persone provano nei confronti della tecnologia e dell’AI non è infondato, poiché è chiaro che numerosi sono i rischi collegati ad essa. Tuttavia, la paura che i robot e le macchine possano ribellarsi all’uomo o più semplicemente rubargli il lavoro può venire meno se vengono fornite opportunità concrete di incontro e formazione, che permettano di apprendere le conoscenze e competenze indispensabili per passare dall’essere semplici attori passivi a protagonisti attivi di questo progresso.
Il progetto FILO dove fiducia, inclusione, libertà e online si incontrano — ce lo ricorda con una semplice frase:
In un mondo digitale… le PERSONE sono il futuro!
Articolo scritto da Alice Maffei

