Affideresti la tua vulnerabilità ad una AI “priva di giudizio”?

Dietro risposte “senza giudizio” potrebbe nascondersi l’illusione di essere compresi

Adam Raine aveva sedici anni e viveva in california. Il suo desiderio era quello di essere ascoltato, compreso, e davvero ” visto”  ma purtroppo non ha mai avuto modo di realizzarsi, siccome la sua tragica fine, nell’aprile del 2025, non gliel’ha permesso. 

Il deterioramento della sua salute mentale era arrivato al culmine della sua manifestazione quando e’ stato ritrovato senza vita dai genitori. 

Tutto era cominciato con richieste ordinarie: una chiacchierata con un chatbot generativo capace di accogliere ogni suo pensiero. Dai prompt su quesiti di chimica e geometria per la scuola, la conversazione è scivolata rapidamente sul senso di estraneità verso la famiglia, sulla solitudine perenne e su un vuoto incolmabile in cui Adam sprofondava giorno dopo giorno, conversazione dopo conversazione.

Il ragazzo cercava di essere ascoltato, ma sembrava che intorno a lui nessuno era disposto a partecipare al suo dolore; attorno a sé percepiva solo indifferenza. 

Ma qualcuno disposto ad ascoltarlo, in realtà, c’era: un’entità che non poneva limiti a nessun pensiero, per quanto autodistruttivo. ChatGPT è diventato il suo compagno costante. Dietro risposte apparentemente empatiche e rassicuranti, l’intelligenza artificiale ha finito per convalidare frasi disturbanti, assecondando il suo malessere, incitandolo, fino al tragico epilogo.

Naturalmente, i genitori di Adam non potevano abbandonare la lotta contro l’azienda sviluppatrice di questo chatbot generativo, openAi, che, pur indirettamente, ha portato in qualche modo a questo triste episodio: la causa alla corte suprema era inevitabile. E’ intuitivo che l’azienda multinazionale non poteva stare a guardare il risvolto di quello che poteva determinare una grave pena legale nei suoi confronti, ed è così che ha depositato un documento di 14 pagine per difendersi dall’accusa. 

La questione, tuttavia, non si riduce a una battaglia giudiziaria tra due genitori distrutti e un colosso tecnologico, Adam poteva essere chiunque: un adolescente comune per cui il peso dell’esistenza era diventato insostenibile; una persona che ha cercato aiuto, ma non l’ha trovato nel mondo reale. Il punto cruciale è proprio questo: un chatbot non è uno psicologo, né un caro amico o un confidente, eppure viene sempre più spesso investito di questo ruolo, come se potesse comprenderci meglio di chiunque altro. 

Qualsiasi persona che possa sentire queste parole potrebbe dire la stessa cosa: tutti sappiamo che un chatbot non potrà mai sostituire le figure umane che ci assistono nelle nostre battaglie più profonde, ma perché allora i dati ci dicono il contrario? 

Il 25% dei giovani che hanno partecipato ad un indagine su skuola.net ci dice che il 25% usa chatbot come “amico-psicologo”; mentre studi recenti della Harvard Medical School, RAND e Harvard Pilgrim Health Care Institute ci dicono che l’utilizzo di chatbot per consulenze psicologiche è aumentato di oltre il 40% tra i ragazzi nell’ultimo anno.

Sempre più persone chiedono consigli all’intelligenza artificiale in situazioni di disagio psicologico, come momenti di forte stress, rabbia, ansia o depressione. Ma cosa ci spinge davvero a preferire l’AI a uno specialista, ad un amico o un familiare?

Tra costi, disponibilità immediata, efficienza e velocità, la risposta più autentica è probabilmente un’altra: il giudizio. Chiunque ci circondi ha già un’opinione su di noi; in quanto esseri umani, siamo creature estremamente vulnerabili allo sguardo altrui, specialmente quando dobbiamo esporre le nostre fragilità. Ci vuole coraggio per rivelare senza riserve i propri conflitti interiori.

Ed è proprio qui che il modello conversazionale interviene: l’AI non ti conosce, non ti vede quotidianamente, non condivide la tua vita sociale. È semplicemente uno strumento, una macchina che processa input e restituisce output, spesso senza fornire vere e proprie risposte umane. Eppure, l’illusione di sicurezza che trasmette è potente in quanto trasforma l’atto della confessione in un rito tecnologico privo di attrito.

Non si teme il giudizio di un algoritmo, ma è proprio quella stessa paura a frenarci nelle nostre scelte e relazioni reali. In fondo, essere umani significa accettare di mostrarsi vulnerabili, ma con piena consapevolezza.

Articolo scritto da Aya Tajeddine in collaborazione con Elia Gallo, Francesca Bacino e Andrea Alfieri

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