L’ultima lezione di Filo ha visto come ospite Marco Bani, responsabile degli Affari istituzionali presso il Senato della Repubblica ed esperto di innovazione digitale. Il suo intervento si è focalizzato sul legame tra intelligenza artificiale, potere, lavoro e arte.
L’intelligenza artificiale si configura prima di tutto come uno straordinario strumento di potere. A questo proposito, Bani ha richiamato la definizione di Marvin Minsky, oggi più attuale che mai: “l’intelligenza artificiale è la scienza di far fare alle macchine cose che richiederebbero intelligenza se fossero fatte dagli uomini”. Poiché ogni tecnologia rende alcune azioni possibili e altre impossibili, essa distribuisce quote di potere. Sul piano geopolitico, questo si traduce in uno scontro aperto tra due superpotenze: Stati Uniti e Cina. Entrambe competono per il monopolio delle materie prime, dei chip e delle schede GPU necessarie per l’addestramento dei modelli, delle infrastrutture e dei migliori talenti.
L’Europa ha invece scelto di non competere sul piano dello sviluppo tecnologico ed economico, ma di puntare sulla regolamentazione. Attraverso strumenti come l’AI Act, l’Unione Europea mira a garantire un uso protetto della tecnologia per i cittadini, vietando ad esempio il social scoring, la valutazione automatizzata degli utenti in base ai loro comportamenti. Una pratica, invece, ampiamente diffusa in Cina, dove il rispetto delle norme statali determina il punteggio di affidabilità del cittadino, fino a limitarne i diritti fondamentali, quali la libertà di viaggiare o uscire dal Paese in caso di punteggi troppo bassi. Dalla geopolitica, Bani sposta il focus sul mercato del lavoro e sulle sue prospettive future.
La sua visione propone una prospettiva differente e particolarmente interessante. L’AI può essere impiegata per automatizzare i lavori usuranti e alienanti, “liberando” i lavoratori affinché possano dedicarsi a mansioni più complesse, stimolanti e ad alto valore aggiunto. Il vero nodo critico non è dunque la scomparsa del lavoro, ma la tenuta delle posizioni entry-level. Oggi l’addestramento e la gestione dei sistemi di AI richiedono competenze prevalentemente senior, rendendo sempre più difficile l’ingresso dei neo-laureati nel mercato del lavoro. Senza però la possibilità di formare i giovani sul campo, la futura classe di esperti rischia di estinguersi.
La risposta sfida risiede, secondo Bani, nell’investimento sull’istruzione e sulla formazione continua. Infine, l’intervento di Bani ha toccato il rapporto tra intelligenza artificiale e arte, mettendo in discussione il concetto stesso di creatività nell’era dei modelli generativi.
Se le macchine sono ormai in grado di produrre immagini, musiche e testi stilisticamente impeccabili ricombinando miliardi di dati preesistenti, l’arte umane risulta di conseguenza “obsoleta”? È tuttavia necessario considerare che la vera creazione artistica non risiede nella perfezione dell’opera, ma nell’intenzione, nell’esperienza vissuta e nella capacità di suscitare emozioni. L’AI non rende quindi l’uomo obsoleto, ma mostra come queste due entità comunichino differentemente tramite l’arte. L’AI calcola l’opera perfetta, l’uomo esprime ciò che ha realmente vissuto e sentito.


