Il futuro non è l’AI

Che cosa ha già cambiato l’intelligenza artificiale? E che cosa potrebbe ancora cambiare?

Qual è l’impatto positivo e tangibile che l’intelligenza artificiale ha già prodotto nel
mondo? E quale impatto potrebbe generare domani?

Sono due domande che mi sono posta durante il progetto Filo. Da lì nasce questa
riflessione, in occasione del Festival del Digitale 2026, che quest’anno sceglie come
tema “Il nuovo mondo”: un invito a guardare oltre le tecnologie che stiamo
sviluppando e a interrogarci sul mondo che queste tecnologie possono contribuire a
costruire..Perché l’intelligenza artificiale non è più una promessa futuristica.
È già qui. È negli strumenti che utilizziamo per cercare informazioni, tradurre una lingua,
analizzare dati, creare immagini, scrivere testi o automatizzare attività. Ma soprattutto
sta entrando in settori nei quali le conseguenze possono essere molto più profonde:
dalla medicina alla ricerca scientifica, dall’istruzione al lavoro, fino alla gestione delle
risorse del pianeta.
Per questo, forse, il modo più interessante per parlare di intelligenza artificiale non è
chiedersi quanto diventerà intelligente una macchina.
È chiederci che cosa potrebbe diventare possibile per noi grazie ad essa.


L’istruzione: imparare in modo diverso

L’educazione è uno dei primi ambiti in cui possiamo immaginare una trasformazione
radicale.

Oggi, l’AI può spiegare un concetto in modi diversi, generare esercizi, tradurre
materiali, fornire feedback e adattare una spiegazione alle difficoltà dello studente.
Domani, potrebbe contribuire a costruire percorsi di apprendimento realmente
personalizzati: non una lezione uguale per tutti, ma un sistema capace di adattarsi al
livello, al ritmo e alle difficoltà di ciascuna persona.
Questo non significa sostituire l’insegnante. Significa, piuttosto, liberare tempo e
risorse affinché il rapporto umano, la creatività, il confronto e la capacità critica
rimangano al centro dell’educazione.
L’obiettivo non dovrebbe essere creare studenti che dipendono dall’AI per ottenere
risposte, ma persone che sappiano usarla per imparare meglio e pensare meglio.

La medicina: dalla cura alla prevenzione

Anche la medicina sta entrando in una nuova fase.
L’intelligenza artificiale viene già utilizzata per supportare la diagnosi, analizzare
immagini mediche, assistere la ricerca e contribuire allo sviluppo di farmaci.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce il potenziale dell’AI nel migliorare
diagnosi, trattamento, ricerca e risposta alle emergenze sanitarie, sottolineando però
la necessità di sicurezza, equità, trasparenza e supervisione umana.
Oggi, l’AI aiuta a riconoscere schemi all’interno di quantità enormi di dati.
Domani, potrebbe contribuire a individuare prima alcuni rischi, personalizzare
maggiormente le cure e permettere ai sistemi sanitari di intervenire prima che una
malattia diventi un problema grave.
Il cambiamento più importante potrebbe quindi essere il passaggio da una medicina
sempre più capace di curare a una medicina sempre più capace di prevedere e
prevenire.
Ma questo futuro richiede una condizione fondamentale: la tecnologia deve rimanere
al servizio della persona. La stessa OMS individua autonomia, sicurezza, trasparenza,
responsabilità, equità e sostenibilità tra i principi fondamentali per l’uso dell’AI nella
salute.

La scienza: quando la conoscenza accelera

Forse uno degli effetti più straordinari dell’AI riguarda la ricerca scientifica.
Per secoli il progresso scientifico è stato limitato anche dalla quantità di informazioni
che una persona o un gruppo di ricercatori poteva analizzare.
L’AI sta cambiando questo limite.
Un esempio emblematico è AlphaFold, il sistema sviluppato da Google DeepMind per
prevedere la struttura tridimensionale delle proteine. Il suo sviluppo ha mostrato
come l’AI possa affrontare problemi scientifici estremamente complessi e accelerare il
lavoro dei ricercatori.
Ma AlphaFold è soltanto un esempio di una trasformazione più ampia.
Oggi, l’AI può aiutare gli scienziati ad analizzare enormi quantità di dati, formulare
ipotesi e individuare connessioni.
Domani, sistemi sempre più integrati con laboratori automatizzati potrebbero
permettere di formulare un’ipotesi, progettare un esperimento, analizzarne i risultati e
ripartire da questi risultati in un ciclo molto più rapido.
Non sarebbe una scienza senza esseri umani.
Sarebbe una scienza nella quale gli esseri umani possono esplorare un numero molto
maggiore di possibilità.

Il pianeta: comprendere un sistema complesso

C’è poi una delle sfide più grandi: il pianeta.
Cambiamento climatico, perdita della biodiversità, gestione dell’acqua, agricoltura,
energia e consumo delle risorse sono problemi collegati tra loro.
L’AI può aiutarci ad analizzare sistemi così complessi, individuare schemi nei dati e
migliorare previsioni e gestione delle risorse.
Oggi, può contribuire al monitoraggio degli ecosistemi, all’ottimizzazione dei consumi
energetici e alla previsione di alcuni fenomeni.
Domani, potrebbe aiutarci a progettare sistemi energetici più efficienti, utilizzare
meglio l’acqua, rendere l’agricoltura più precisa e comprendere meglio le
conseguenze delle nostre decisioni.
Ma qui emerge una contraddizione importante.
L’AI può aiutare il pianeta, ma ha anche un costo per il pianeta.
I data center consumano quantità crescenti di elettricità e l’IEA stima che il loro
consumo globale possa più che raddoppiare entro il 2030, raggiungendo circa 945
TWh; l’AI è indicata come il principale motore di questa crescita.
Quindi la domanda non può essere soltanto: come possiamo usare l’AI per rendere il
mondo più sostenibile?
Dobbiamo chiederci anche: come possiamo rendere l’AI stessa più sostenibile?

Il lavoro: cosa faremo quando le macchine faranno di più?

Forse nessun cambiamento genera più domande sul futuro quanto quello del lavoro.
L’AI può già svolgere o assistere molte attività cognitive: scrivere, tradurre, analizzare
informazioni, programmare, sintetizzare documenti e automatizzare processi.
Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, circa un quarto dell’occupazione
mondiale si trova in professioni potenzialmente esposte alla GenAI. Ma l’OIL
sottolinea che, nella maggior parte dei casi, è più probabile una trasformazione delle
mansioni che la completa sostituzione del lavoro.
Questo cambia la domanda.
Non dobbiamo chiederci soltanto:
“Quali lavori perderemo?”
Ma anche:
“Quali lavori potremo fare meglio?”
Se una macchina può occuparsi di una parte delle attività ripetitive, potremmo
dedicare più tempo a quelle che richiedono creatività, relazione, giudizio,
responsabilità e capacità di affrontare situazioni nuove.
Ma questo risultato non è automatico. Richiede formazione, riqualificazione e
politiche capaci di accompagnare le persone nella transizione. E non tutti partiranno
dalla stessa posizione: i dati dell’OIL mostrano differenze significative
nell’esposizione alla GenAI tra uomini e donne e tra paesi con livelli di reddito diversi.

Il tempo: la risorsa che potremmo finalmente recuperare

C’è infine una trasformazione meno visibile, ma forse più personale: il tempo.
Ogni tecnologia che automatizza un’attività ci restituisce potenzialmente una parte del
tempo che prima dovevamo dedicarle.
L’AI può scrivere una prima bozza, organizzare informazioni, riassumere documenti,
analizzare dati o svolgere attività amministrative in pochi secondi.
Ma cosa faremo con il tempo che recupereremo?
Potremmo semplicemente produrre di più.
Oppure potremmo imparare, creare, viaggiare, prenderci cura degli altri, dedicarci alla
ricerca, alla cultura e alle relazioni.
Ed è qui che l’intelligenza artificiale smette di essere soltanto una questione
tecnologica. Diventa una questione umana.

Dall’età dell’informazione all’età della comprensione

Abbiamo già vissuto una delle più grandi rivoluzioni della storia: l’accesso
all’informazione.

Internet ha reso possibile raggiungere una quantità di conoscenza che nessuna
generazione precedente aveva mai avuto a disposizione.
Ma avere più informazioni non significa necessariamente comprenderle.
L’AI potrebbe rappresentare il passaggio successivo: non soltanto avere accesso
all’informazione, ma riuscire a organizzarla, collegarla, confrontarla e trasformarla in
conoscenza.
È una possibilità enorme.
Ma anche un rischio.
Perché se smettiamo di verificare, ragionare e mettere in discussione ciò che una
macchina ci dice, l’accesso alla conoscenza può trasformarsi in dipendenza
dall’informazione generata dalle macchine.
Il futuro richiederà quindi non meno pensiero critico, ma più pensiero critico.

Il nuovo mondo non sarà costruito dall’AI

L’intelligenza artificiale sta già cambiando il mondo.
Sta contribuendo a rendere più veloci alcune diagnosi, ad accelerare la ricerca, a
personalizzare l’apprendimento e a trasformare il lavoro.
Ma nessuna di queste possibilità garantisce, da sola, un mondo migliore.
L’AI può amplificare le nostre capacità, ma può anche amplificare le nostre
disuguaglianze. Può aiutarci a proteggere l’ambiente, ma richiede energia e risorse.
Può rendere la conoscenza più accessibile, ma può anche rendere più difficile
distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è.
Per questo il futuro non è l’AI.
Il futuro siamo noi e le scelte che faremo con l’AI.
La questione più importante non è quanto saranno potenti le macchine che
costruiremo. È cosa decideremo di fare con quella potenza.
Se riusciremo a orientarla verso la salute, la conoscenza, la sostenibilità,
l’accessibilità e la possibilità per più persone di sviluppare il proprio potenziale, allora
l’intelligenza artificiale potrà essere molto più di una nuova tecnologia.
Potrà diventare uno strumento per affrontare problemi che oggi sembrano troppo
grandi, troppo complessi o troppo lontani da una soluzione.
Il nuovo mondo, quindi, non sarà quello costruito dall’intelligenza artificiale.
Sarà quello che sceglieremo di costruire grazie ad essa.

Articolo scritto da Chaimaa El Fassihi

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