Vorresti vivere 130 anni?

Fino a pochi anni fa vivere 130 anni sembrava fantascienza. Oggi la ricerca sull’invecchiamento e l’intelligenza artificiale rendono questa domanda meno assurda di quanto sembri.

Durante l’incontro del 12 settembre con Davide Casaleggio, secondo ospite del progetto FILO, a un certo punto è arrivata una domanda capace di cambiare subito il tono della conversazione: “Vorresti vivere 130 anni?”. Non era soltanto una domanda sulla durata della vita, ma anche sul futuro e su quanto siamo pronti ad accettare che la tecnologia entri sempre di più nel nostro rapporto con il corpo, la salute e perfino il tempo. Dopo l’incontro abbiamo deciso di portare questa riflessione anche fuori dall’aula e abbiamo posto ad alcune persone altre due domande: continueresti ad affidarti a un medico umano sapendo che, in determinati compiti, un’intelligenza artificiale potrebbe commettere meno errori? Ti faresti impiantare un chip capace di controllare costantemente il tuo stato di salute? Sono domande alle quali non serve rispondere subito, perché più ci si pensa, più diventano complesse.

Centotrent’anni sembrano tanti, quasi un’età appartenente alla fantascienza. Eppure anche gli ottant’anni, osservati da un passato non troppo lontano, avrebbero potuto sembrare un traguardo difficile da immaginare. All’inizio del Novecento l’aspettativa di vita mondiale era intorno ai 32 anni, nel 1950 era salita a circa 46 e oggi supera i 70. In Italia si aggira intorno agli 83 anni. Questo non significa che un secolo fa tutti morissero a trent’anni, perché a pesare enormemente sulla media erano soprattutto la mortalità infantile, le infezioni, le condizioni igieniche e l’assenza di molte cure che oggi consideriamo normali. Significa però che nell’arco di poche generazioni siamo riusciti a spostare molto più avanti il confine della vita. Vaccini, antibiotici, chirurgia, prevenzione, cure cardiovascolari, miglioramento dell’alimentazione e delle condizioni di vita hanno cambiato radicalmente ciò che oggi consideriamo una durata “normale” dell’esistenza. Una persona nata oggi considera normale arrivare a ottant’anni. Per una persona nata due secoli fa sarebbe stato molto meno scontato.

Ed è qui che la domanda dei 130 anni smette di sembrare soltanto fantascienza.

Nel corso dell’incontro è emerso un dato particolarmente suggestivo: per un lungo periodo storico, la migliore aspettativa di vita registrata nel mondo è cresciuta a un ritmo vicino ai tre mesi ogni anno. In altre parole, mentre passava un anno della nostra vita, la frontiera statistica della longevità si spostava in avanti di circa tre mesi, quasi due anni e mezzo in più ogni decennio. Naturalmente non significa che ognuno di noi riceva automaticamente tre mesi aggiuntivi a ogni compleanno, ma rende bene l’idea di quanto i progressi sanitari abbiano continuato a spostare in avanti ciò che sembrava essere un limite.

Da qui nasce una delle ipotesi più affascinanti legate alla longevità, quella della “longevity escape velocity”, la velocità di fuga della longevità. L’idea è semplice da spiegare e molto più difficile da realizzare: se la medicina arrivasse a regalarci più di un anno di aspettativa di vita per ogni anno trascorso, il limite della nostra vita inizierebbe ad allontanarsi più velocemente di quanto noi invecchiamo. Ray Kurzweil pensa che questo passaggio potrebbe verificarsi negli anni Trenta, mentre molti studiosi di demografia mantengono posizioni più prudenti. Nessuno oggi sa se raggiungeremo davvero quel punto, ma forse la parte più interessante non sta nella previsione esatta. Sta nel fatto che abbiamo iniziato a porci una domanda che qualche decennio fa avrebbe avuto un significato diverso: l’invecchiamento è soltanto qualcosa che dobbiamo accettare oppure alcuni dei suoi processi potrebbero essere rallentati, modificati o, almeno in parte, invertiti?

La natura, curiosamente, possiede già esempi capaci di mettere in discussione ciò che pensiamo sull’età. La Turritopsis dohrnii, conosciuta come “medusa immortale”, possiede una capacità che sembra uscita da un racconto di fantascienza. In determinate condizioni di stress riesce a invertire parte del proprio ciclo vitale: invece di proseguire verso la fase finale della vita, alcune cellule cambiano funzione e l’organismo ritorna allo stadio di polipo. Non è immortale nel senso comune del termine, perché può comunque morire a causa di malattie, predatori o cambiamenti ambientali, ma biologicamente possiede un meccanismo raro. È come se un organismo adulto riuscisse, in determinate circostanze, a tornare giovane e ricominciare il proprio ciclo.

Ovviamente noi esseri umani funzioniamo in modo molto più complesso di una medusa, ma il principio è affascinante perché mostra che l’invecchiamento non è identico in tutte le forme di vita. Ed è proprio qui che la ricerca scientifica ha iniziato a guardare con sempre maggiore attenzione ai meccanismi cellulari. Uno dei passaggi più importanti risale al lavoro di Shinya Yamanaka, che ha individuato quattro fattori capaci di riprogrammare cellule adulte riportandole verso uno stato simile a quello delle cellule staminali. La scoperta gli valse il premio Nobel per la Medicina nel 2012. Da allora alcuni laboratori stanno studiando la cosiddetta riprogrammazione cellulare parziale, cioè provare a ringiovanire alcune caratteristiche della cellula senza cancellarne completamente l’identità. Nei laboratori sono stati ottenuti risultati interessanti su cellule e animali, compresi esperimenti in cui alcuni marcatori biologici dell’età sono stati modificati. Allo stesso tempo siamo ancora lontani da una terapia sicura che permetta a una persona di “tornare giovane”. Intervenire sui meccanismi cellulari presenta però rischi importanti, tra cui quello di una crescita incontrollata delle cellule e dello sviluppo di tumori.

Però qualcosa è cambiato nel modo in cui osserviamo l’invecchiamento: non lo consideriamo più soltanto come una conseguenza inevitabile del tempo, ma anche come un insieme di processi biologici da comprendere. Forse la vera rivoluzione non sarà permettere a qualcuno di vivere 130 anni, ma riuscire a far sì che gli anni in più siano anni di autonomia, memoria, movimento e salute.

Perché la domanda “quanto vuoi vivere?” perde significato se non ne aggiungiamo un’altra: “come vuoi vivere?”. Vivere fino a 130 anni avrebbe poco valore se gli ultimi quaranta fossero trascorsi tra malattie, perdita dell’autonomia e dolore. Per questo oggi si parla sempre di più di healthspan, gli anni vissuti in buona salute, e non soltanto di lifespan, la durata complessiva della vita. Forse il vero traguardo della medicina del futuro non sarà semplicemente allungare la vita, ma permetterci di trascorrere più anni in buona salute.

In questo senso è interessante che, mentre alcuni laboratori studiano la riprogrammazione cellulare, una parte della ricerca continui a osservare luoghi dove le persone sembrano vivere più a lungo senza tecnologie futuristiche. Sono le cosiddette Zone Blu, territori diventati famosi per l’elevata presenza di centenari e anziani in buone condizioni di salute. Tra gli esempi più conosciuti ci sono alcune aree della Sardegna, Okinawa in Giappone e Nicoya in Costa Rica. Il concetto di Zone Blu non è privo di discussioni, soprattutto per quanto riguarda la qualità di alcuni registri anagrafici e la difficoltà di attribuire la longevità a una formula precisa, ma le abitudini osservate in diverse popolazioni longeve continuano a offrire spunti interessanti. In queste comunità ricorrono spesso elementi che sembrano quasi troppo semplici rispetto alle promesse della medicina del futuro: movimento quotidiano, un’alimentazione equilibrata e ricca di alimenti vegetali, legami familiari e sociali forti, ritmi meno sedentari, partecipazione alla comunità e la sensazione di avere ancora un ruolo e uno scopo. È curioso pensare che mentre cerchiamo farmaci, algoritmi e tecnologie capaci di allungare la vita, una parte del segreto potrebbe continuare a trovarsi in cose estremamente umane, come camminare, mangiare insieme, avere qualcuno con cui parlare, sentirsi utili e prendersi cura di sé prima che compaia una malattia.

La tecnologia, però, potrebbe aiutarci proprio in questa direzione, spostando sempre più la medicina dalla cura alla prevenzione. Ed è qui che torna la domanda sul chip. L’idea di avere qualcosa impiantato nel corpo che controlla la nostra salute suscita spesso una reazione immediata, perché fa pensare a un futuro lontano e invasivo. In realtà conviviamo già con tecnologie di questo tipo. Pacemaker e defibrillatori impiantabili controllano il cuore, alcuni sensori seguono in maniera continua i livelli di glucosio, mentre la ricerca sta sviluppando dispositivi sempre più piccoli capaci di misurare parametri biologici dall’interno dell’organismo.

A questo punto diventa interessante pensare allo scenario futuro. Se un piccolo dispositivo fosse in grado di individuare un cambiamento nel tuo corpo mesi prima che tu inizi a sentirti male, lo vorresti? Se riconoscesse una variazione sospetta nel battito cardiaco, nella glicemia o in un altro parametro e avvisasse il medico prima della comparsa dei sintomi, la presenza di quel dispositivo sembrerebbe ancora così inquietante? Forse sì, forse no. Un sistema simile cambierebbe il nostro rapporto con la medicina ed entrerebbero subito in gioco altri problemi, come la privacy, la sicurezza dei dati, la possibilità di falsi allarmi e il diritto di non vivere continuamente sotto osservazione. Un corpo trasformato in una fonte permanente di dati potrebbe migliorare la prevenzione, ma potrebbe anche farci sentire pazienti anche quando siamo sani. Il progresso tecnologico non elimina queste domande, le rende ancora più necessarie.

Lo stesso accade con l’intelligenza artificiale e la figura del medico. Durante l’incontro è stato portato l’esempio di Agent Hospital, un ospedale virtuale sperimentale con 42 medici digitali distribuiti in 21 reparti. Il sistema ha raggiunto un’accuratezza del 93,06 per cento su un sottoinsieme di domande riguardanti malattie respiratorie. C’è però un dettaglio fondamentale: lo studio non prevedeva un confronto diretto con medici umani. Questo elemento è importante, perché affermare genericamente che un’AI sia “più brava del medico” rischia di trasformare una questione complessa in una gara che non rappresenta ciò che sta accadendo davvero.

In alcuni compiti specifici l’intelligenza artificiale riesce già ad analizzare grandi quantità di informazioni in tempi impossibili per una persona, riconosce schemi nelle immagini, confronta migliaia di casi e segnala anomalie che meritano attenzione. Un medico, però, non svolge soltanto un esercizio di riconoscimento. Deve ascoltare, capire la storia di una persona, interpretare sintomi che non sempre entrano perfettamente in una categoria, spiegare un rischio, assumersi responsabilità e accompagnare il paziente nelle decisioni. Un algoritmo vede dati. Un medico vede anche una persona.

Forse per questo la domanda più interessante non è “AI o medico?”, ma “che tipo di medico avremo quando l’AI sarà uno strumento normale della medicina?”. Un medico aiutato da sistemi capaci di controllare migliaia di informazioni potrebbe avere più elementi per prendere decisioni, individuare prima alcuni problemi e personalizzare meglio una terapia. Se una parte del lavoro ripetitivo venisse affidata alla macchina, il tempo umano potrebbe essere usato proprio per ciò che una macchina non restituisce allo stesso modo: ascoltare, spiegare, rassicurare, capire il contesto e condividere una scelta.

AlphaFold offre un esempio significativo di ciò che questa collaborazione tra intelligenza artificiale e ricerca biologica sta già producendo. Il sistema ha contribuito a prevedere la struttura di circa 200 milioni di proteine, mettendo a disposizione della comunità scientifica informazioni che richiedevano un’enorme quantità di lavoro sperimentale. Non significa che l’AI abbia risolto la biologia, ma mostra la differenza di scala che una macchina introduce nella ricerca. Problemi che prima richiedevano tempi lunghissimi diventano più accessibili, e questo potrebbe accelerare lo studio delle malattie, la ricerca farmacologica e la comprensione del nostro organismo.

Arrivati a questo punto, forse i 130 anni diventano quasi secondari. La domanda iniziale sembrava parlare soltanto di longevità, ma finisce per toccare qualcosa di più ampio: quale rapporto vogliamo avere con una tecnologia che conoscerà sempre più cose del nostro corpo? Quanto saremo disposti a condividere pur di ricevere diagnosi prima, cure più precise e una vita più lunga? E se un giorno vivere fino a cento anni in buona salute diventasse normale, cambierebbe anche il modo in cui scegliamo cosa fare della nostra vita?

Se a vent’anni pensassimo di avere davanti altri cento anni, forse affronteremmo in modo diverso il lavoro, le relazioni, la famiglia, il rischio e perfino il fallimento. Potremmo concederci più tempo per cambiare strada, imparare una nuova professione a sessant’anni, iniziare qualcosa a ottanta. Oppure potremmo cadere nella tentazione opposta e rimandare tutto, convinti di avere sempre un’altra occasione. Più tempo non significa automaticamente più vita vissuta.

Forse è questo il punto su cui vale la pena soffermarsi. L’intelligenza artificiale, i sensori, la biologia cellulare e la medicina preventiva potrebbero aiutarci ad aggiungere anni alla nostra esistenza, ma il vero progresso sarebbe riuscire ad aggiungere vita a quegli anni. Non sappiamo se arriveremo davvero a 130 anni e non sappiamo quale parte delle tecnologie di cui parliamo oggi diventerà normale tra venti o trent’anni. Sappiamo però che il confine tra salute, prevenzione e tecnologia sta cambiando rapidamente e che sarà sempre più difficile parlare di medicina senza parlare anche di dati e intelligenza artificiale.

Alla fine, restano le domande con cui abbiamo iniziato. Vorresti vivere 130 anni? Accetteresti un dispositivo nel tuo corpo se aiutasse a riconoscere prima una malattia? Ti affideresti a un medico che prende decisioni anche con l’aiuto di un’intelligenza artificiale? Oggi possiamo avere risposte diverse, ma tra venti o trent’anni quelle stesse domande potrebbero non sembrare più futuristiche. E allora la questione non sarà soltanto quanto a lungo riusciremo a vivere, ma quale parte di noi vorremo affidare alla tecnologia per provare a vivere meglio.

Articolo scritto da Debanhi Loana Garcia Reyes 

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