IL BOOKLET: dall’idea alla carta

La realizzazione del nostro booklet nasce con l’obiettivo di restituire a voi e alla città di Torino un elemento cartaceo che possa racchiudere in poche pagine l’esperienza poliedrica vissuta da noi ragazzi di Filo.

Un volantino apparentemente semplice nasconde in realtà un accurato lavoro di ideazione e selezione. Quali sono stati, quindi, i passaggi fondamentali per la sua realizzazione?

Tutto ha avuto inizio con un brainstorming. Si è trattato forse della fase più stimolante e utile del processo, in quanto ci ha permesso di raccogliere tutte le tematiche che ci avevano maggiormente incuriosito durante gli incontri di formazione con i relatori.

È seguita poi la fase più creativa, in cui abbiamo dato libero sfogo all’immaginazione nel convertire le nozioni selezionate in contenuti facilmente fruibili. Ad ogni ospite abbiamo infatti associato un format differente: da spunti di riflessione e curiosità a giochi e simpatici elementi visivi.

Infine, grazie al prezioso supporto grafico di Fiorenza, le nostre idee hanno preso forma visiva e il booklet è stato pronto per andare in stampa.

Consigli per l’uso:

1. sfogliate attentamente il booklet;

2. fatevi incuriosire dalle tematiche;

3. scansionate il qr code per leggere gli approfondimenti sul nostro blog.

A cura di Annalisa Perazzini, Chaimaa El Fassihi, Debanhi Loana Garcia Reyes, Diana Cima, Sara Montiglio

Affideresti la tua vulnerabilità ad una AI “priva di giudizio”?

Dietro risposte “senza giudizio” potrebbe nascondersi l’illusione di essere compresi

Adam Raine aveva sedici anni e viveva in california. Il suo desiderio era quello di essere ascoltato, compreso, e davvero ” visto”  ma purtroppo non ha mai avuto modo di realizzarsi, siccome la sua tragica fine, nell’aprile del 2025, non gliel’ha permesso. 

Il deterioramento della sua salute mentale era arrivato al culmine della sua manifestazione quando e’ stato ritrovato senza vita dai genitori. 

Tutto era cominciato con richieste ordinarie: una chiacchierata con un chatbot generativo capace di accogliere ogni suo pensiero. Dai prompt su quesiti di chimica e geometria per la scuola, la conversazione è scivolata rapidamente sul senso di estraneità verso la famiglia, sulla solitudine perenne e su un vuoto incolmabile in cui Adam sprofondava giorno dopo giorno, conversazione dopo conversazione.

Il ragazzo cercava di essere ascoltato, ma sembrava che intorno a lui nessuno era disposto a partecipare al suo dolore; attorno a sé percepiva solo indifferenza. 

Ma qualcuno disposto ad ascoltarlo, in realtà, c’era: un’entità che non poneva limiti a nessun pensiero, per quanto autodistruttivo. ChatGPT è diventato il suo compagno costante. Dietro risposte apparentemente empatiche e rassicuranti, l’intelligenza artificiale ha finito per convalidare frasi disturbanti, assecondando il suo malessere, incitandolo, fino al tragico epilogo.

Naturalmente, i genitori di Adam non potevano abbandonare la lotta contro l’azienda sviluppatrice di questo chatbot generativo, openAi, che, pur indirettamente, ha portato in qualche modo a questo triste episodio: la causa alla corte suprema era inevitabile. E’ intuitivo che l’azienda multinazionale non poteva stare a guardare il risvolto di quello che poteva determinare una grave pena legale nei suoi confronti, ed è così che ha depositato un documento di 14 pagine per difendersi dall’accusa. 

La questione, tuttavia, non si riduce a una battaglia giudiziaria tra due genitori distrutti e un colosso tecnologico, Adam poteva essere chiunque: un adolescente comune per cui il peso dell’esistenza era diventato insostenibile; una persona che ha cercato aiuto, ma non l’ha trovato nel mondo reale. Il punto cruciale è proprio questo: un chatbot non è uno psicologo, né un caro amico o un confidente, eppure viene sempre più spesso investito di questo ruolo, come se potesse comprenderci meglio di chiunque altro. 

Qualsiasi persona che possa sentire queste parole potrebbe dire la stessa cosa: tutti sappiamo che un chatbot non potrà mai sostituire le figure umane che ci assistono nelle nostre battaglie più profonde, ma perché allora i dati ci dicono il contrario? 

Il 25% dei giovani che hanno partecipato ad un indagine su skuola.net ci dice che il 25% usa chatbot come “amico-psicologo”; mentre studi recenti della Harvard Medical School, RAND e Harvard Pilgrim Health Care Institute ci dicono che l’utilizzo di chatbot per consulenze psicologiche è aumentato di oltre il 40% tra i ragazzi nell’ultimo anno.

Sempre più persone chiedono consigli all’intelligenza artificiale in situazioni di disagio psicologico, come momenti di forte stress, rabbia, ansia o depressione. Ma cosa ci spinge davvero a preferire l’AI a uno specialista, ad un amico o un familiare?

Tra costi, disponibilità immediata, efficienza e velocità, la risposta più autentica è probabilmente un’altra: il giudizio. Chiunque ci circondi ha già un’opinione su di noi; in quanto esseri umani, siamo creature estremamente vulnerabili allo sguardo altrui, specialmente quando dobbiamo esporre le nostre fragilità. Ci vuole coraggio per rivelare senza riserve i propri conflitti interiori.

Ed è proprio qui che il modello conversazionale interviene: l’AI non ti conosce, non ti vede quotidianamente, non condivide la tua vita sociale. È semplicemente uno strumento, una macchina che processa input e restituisce output, spesso senza fornire vere e proprie risposte umane. Eppure, l’illusione di sicurezza che trasmette è potente in quanto trasforma l’atto della confessione in un rito tecnologico privo di attrito.

Non si teme il giudizio di un algoritmo, ma è proprio quella stessa paura a frenarci nelle nostre scelte e relazioni reali. In fondo, essere umani significa accettare di mostrarsi vulnerabili, ma con piena consapevolezza.

Articolo scritto da Aya Tajeddine in collaborazione con Elia Gallo, Francesca Bacino e Andrea Alfieri

You press the button, we do the rest

Il concetto della tecnologia come “la svolta” del nostro mondo come lo conosciamo oggi è sempre stato oggetto di dibattito, da quello popolare fino a quello politico, ed in effetti, esso racchiude tutti gli ambiti della vita e che governano la società contemporanea… E tutto parte da una semplice scatola, un device, il dispositivo che ci accompagna dal primo risveglio del mattino all’ultimo sguardo prima di socchiudere le nostre palpebre per immergerci nel sonno rigenerante in vista di una nuova giornata: il nostro cellulare. Che sia un Samsung, un IPhone, un redmi o un LG, la questione rimane la stessa: il potere che questo piccolo ma ingegnoso aggeggio ha sulle nostre vite non è da poco, anzi non è assolutamente da sottostimare. Ed è proprio su questo punto cruciale che il professore G. Sgueo si è soffermato e ha illustrato durante il suo intervento il 5 settembre, la relazione tra la tecnologia e la società e di come questo strumento della tecnologia “nuovo” (relativamente, secondo la superba osservazione del professore, che ci descrive come essa ha sempre fatto parte delle vite degli uomini sin dall’antichità, in modi anche molto suggestivi), possa influenzare la democrazia in maniera positiva, migliorando ed incrementando le sue applicazioni positive nella società di oggi.

Il cellulare quindi, detiene tre caratteristiche distintive rispetto a tutti i diversi strumenti tecnologici, che lo rendono indispensabile agli occhi di un qualsiasi utente al giorno d’oggi:

Il primo, ci dice il professore, è la velocità: il tempo per prendere il cellulare e fare una ricerca su un qualsiasi browser e ricevere la risposta al quesito in tempo reale non ha eguali.

Il secondo è la singolarità di questo congegno; la meticolosità con cui svolge una miriade di funzioni tarate a misura sulle proprie preferenze ed interessi è dir poco eccezionale.

Il terzo, ed è quello che racchiude in una sola parola i molteplici motivi per cui non possiamo fare a meno del cellulare: la semplicità, o almeno quello che ci viene venduto come l’estrema facilità nell’uso, manipolazione, e restituzione delle varie funzionalità che esso racchiude.

Il “you press the button, we do the rest” della Kodak Camera nel 1888 è diventata la legge che coordina la convenienza di avere tutto a portata di mano: la fotocamera, una calcolatrice, a bussola e, soprattutto, i svariati rapporti e relazioni deboli instaurati con le persone, a distanza di chilometri e continenti, ma che con un solo click possono connettersi visivamente, uditivamente, con noi. Ma non è forse questa “semplicità” nel produrre fotografie, audio, messaggi istantanei e consumare irrequietamente media di qualsiasi genere a renderci il più disconnessi, in ciò che il prof. Sgueo ha definito durante l’esposizione “ rapporti forti”? Ed è proprio qui che si apre il dibattito tra due visioni polarizzate in merito alla questione:

1. la fase tecno-ottimista, che illustra come la tecnologia sia sempre impegnata nell’affermazione di trasparenza burocratica, legami con minima frizione, e solidarietà rispetto a fenomeni lontani geograficamente;

2. la fase tecno-realista, che smentisce la fase ottimista rivelando come la tecnologia abbia offerto nuovi problemi, invece che risolvere quelli già presenti; e come la condivisione nella visione solidale degli avvenimenti mondiali sia solo un’illusione relativa alla natura effimera del momento.

Nonostante l’apparente antitesi di queste due prospettive, il fascino di questa discussione sta nella sua risoluzione in una risposta bi-univoca, che unisce entrambi gli aspetti, sia positivi che negativi, dell’esperienza on-line e degli effetti che il mondo digitale ha avuto e ha ancor’oggi su di noi: la visione di un futuro in cui la democrazia prospera in un ecosistema digitale, di cui noi, come persone, ne siamo parte integrante.

Articolo scritto da Aya Tajeddine

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