Il futuro non è l’AI

Che cosa ha già cambiato l’intelligenza artificiale? E che cosa potrebbe ancora cambiare?

Qual è l’impatto positivo e tangibile che l’intelligenza artificiale ha già prodotto nel
mondo? E quale impatto potrebbe generare domani?

Sono due domande che mi sono posta durante il progetto Filo. Da lì nasce questa
riflessione, in occasione del Festival del Digitale 2026, che quest’anno sceglie come
tema “Il nuovo mondo”: un invito a guardare oltre le tecnologie che stiamo
sviluppando e a interrogarci sul mondo che queste tecnologie possono contribuire a
costruire..Perché l’intelligenza artificiale non è più una promessa futuristica.
È già qui. È negli strumenti che utilizziamo per cercare informazioni, tradurre una lingua,
analizzare dati, creare immagini, scrivere testi o automatizzare attività. Ma soprattutto
sta entrando in settori nei quali le conseguenze possono essere molto più profonde:
dalla medicina alla ricerca scientifica, dall’istruzione al lavoro, fino alla gestione delle
risorse del pianeta.
Per questo, forse, il modo più interessante per parlare di intelligenza artificiale non è
chiedersi quanto diventerà intelligente una macchina.
È chiederci che cosa potrebbe diventare possibile per noi grazie ad essa.


L’istruzione: imparare in modo diverso

L’educazione è uno dei primi ambiti in cui possiamo immaginare una trasformazione
radicale.

Oggi, l’AI può spiegare un concetto in modi diversi, generare esercizi, tradurre
materiali, fornire feedback e adattare una spiegazione alle difficoltà dello studente.
Domani, potrebbe contribuire a costruire percorsi di apprendimento realmente
personalizzati: non una lezione uguale per tutti, ma un sistema capace di adattarsi al
livello, al ritmo e alle difficoltà di ciascuna persona.
Questo non significa sostituire l’insegnante. Significa, piuttosto, liberare tempo e
risorse affinché il rapporto umano, la creatività, il confronto e la capacità critica
rimangano al centro dell’educazione.
L’obiettivo non dovrebbe essere creare studenti che dipendono dall’AI per ottenere
risposte, ma persone che sappiano usarla per imparare meglio e pensare meglio.

La medicina: dalla cura alla prevenzione

Anche la medicina sta entrando in una nuova fase.
L’intelligenza artificiale viene già utilizzata per supportare la diagnosi, analizzare
immagini mediche, assistere la ricerca e contribuire allo sviluppo di farmaci.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce il potenziale dell’AI nel migliorare
diagnosi, trattamento, ricerca e risposta alle emergenze sanitarie, sottolineando però
la necessità di sicurezza, equità, trasparenza e supervisione umana.
Oggi, l’AI aiuta a riconoscere schemi all’interno di quantità enormi di dati.
Domani, potrebbe contribuire a individuare prima alcuni rischi, personalizzare
maggiormente le cure e permettere ai sistemi sanitari di intervenire prima che una
malattia diventi un problema grave.
Il cambiamento più importante potrebbe quindi essere il passaggio da una medicina
sempre più capace di curare a una medicina sempre più capace di prevedere e
prevenire.
Ma questo futuro richiede una condizione fondamentale: la tecnologia deve rimanere
al servizio della persona. La stessa OMS individua autonomia, sicurezza, trasparenza,
responsabilità, equità e sostenibilità tra i principi fondamentali per l’uso dell’AI nella
salute.

La scienza: quando la conoscenza accelera

Forse uno degli effetti più straordinari dell’AI riguarda la ricerca scientifica.
Per secoli il progresso scientifico è stato limitato anche dalla quantità di informazioni
che una persona o un gruppo di ricercatori poteva analizzare.
L’AI sta cambiando questo limite.
Un esempio emblematico è AlphaFold, il sistema sviluppato da Google DeepMind per
prevedere la struttura tridimensionale delle proteine. Il suo sviluppo ha mostrato
come l’AI possa affrontare problemi scientifici estremamente complessi e accelerare il
lavoro dei ricercatori.
Ma AlphaFold è soltanto un esempio di una trasformazione più ampia.
Oggi, l’AI può aiutare gli scienziati ad analizzare enormi quantità di dati, formulare
ipotesi e individuare connessioni.
Domani, sistemi sempre più integrati con laboratori automatizzati potrebbero
permettere di formulare un’ipotesi, progettare un esperimento, analizzarne i risultati e
ripartire da questi risultati in un ciclo molto più rapido.
Non sarebbe una scienza senza esseri umani.
Sarebbe una scienza nella quale gli esseri umani possono esplorare un numero molto
maggiore di possibilità.

Il pianeta: comprendere un sistema complesso

C’è poi una delle sfide più grandi: il pianeta.
Cambiamento climatico, perdita della biodiversità, gestione dell’acqua, agricoltura,
energia e consumo delle risorse sono problemi collegati tra loro.
L’AI può aiutarci ad analizzare sistemi così complessi, individuare schemi nei dati e
migliorare previsioni e gestione delle risorse.
Oggi, può contribuire al monitoraggio degli ecosistemi, all’ottimizzazione dei consumi
energetici e alla previsione di alcuni fenomeni.
Domani, potrebbe aiutarci a progettare sistemi energetici più efficienti, utilizzare
meglio l’acqua, rendere l’agricoltura più precisa e comprendere meglio le
conseguenze delle nostre decisioni.
Ma qui emerge una contraddizione importante.
L’AI può aiutare il pianeta, ma ha anche un costo per il pianeta.
I data center consumano quantità crescenti di elettricità e l’IEA stima che il loro
consumo globale possa più che raddoppiare entro il 2030, raggiungendo circa 945
TWh; l’AI è indicata come il principale motore di questa crescita.
Quindi la domanda non può essere soltanto: come possiamo usare l’AI per rendere il
mondo più sostenibile?
Dobbiamo chiederci anche: come possiamo rendere l’AI stessa più sostenibile?

Il lavoro: cosa faremo quando le macchine faranno di più?

Forse nessun cambiamento genera più domande sul futuro quanto quello del lavoro.
L’AI può già svolgere o assistere molte attività cognitive: scrivere, tradurre, analizzare
informazioni, programmare, sintetizzare documenti e automatizzare processi.
Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, circa un quarto dell’occupazione
mondiale si trova in professioni potenzialmente esposte alla GenAI. Ma l’OIL
sottolinea che, nella maggior parte dei casi, è più probabile una trasformazione delle
mansioni che la completa sostituzione del lavoro.
Questo cambia la domanda.
Non dobbiamo chiederci soltanto:
“Quali lavori perderemo?”
Ma anche:
“Quali lavori potremo fare meglio?”
Se una macchina può occuparsi di una parte delle attività ripetitive, potremmo
dedicare più tempo a quelle che richiedono creatività, relazione, giudizio,
responsabilità e capacità di affrontare situazioni nuove.
Ma questo risultato non è automatico. Richiede formazione, riqualificazione e
politiche capaci di accompagnare le persone nella transizione. E non tutti partiranno
dalla stessa posizione: i dati dell’OIL mostrano differenze significative
nell’esposizione alla GenAI tra uomini e donne e tra paesi con livelli di reddito diversi.

Il tempo: la risorsa che potremmo finalmente recuperare

C’è infine una trasformazione meno visibile, ma forse più personale: il tempo.
Ogni tecnologia che automatizza un’attività ci restituisce potenzialmente una parte del
tempo che prima dovevamo dedicarle.
L’AI può scrivere una prima bozza, organizzare informazioni, riassumere documenti,
analizzare dati o svolgere attività amministrative in pochi secondi.
Ma cosa faremo con il tempo che recupereremo?
Potremmo semplicemente produrre di più.
Oppure potremmo imparare, creare, viaggiare, prenderci cura degli altri, dedicarci alla
ricerca, alla cultura e alle relazioni.
Ed è qui che l’intelligenza artificiale smette di essere soltanto una questione
tecnologica. Diventa una questione umana.

Dall’età dell’informazione all’età della comprensione

Abbiamo già vissuto una delle più grandi rivoluzioni della storia: l’accesso
all’informazione.

Internet ha reso possibile raggiungere una quantità di conoscenza che nessuna
generazione precedente aveva mai avuto a disposizione.
Ma avere più informazioni non significa necessariamente comprenderle.
L’AI potrebbe rappresentare il passaggio successivo: non soltanto avere accesso
all’informazione, ma riuscire a organizzarla, collegarla, confrontarla e trasformarla in
conoscenza.
È una possibilità enorme.
Ma anche un rischio.
Perché se smettiamo di verificare, ragionare e mettere in discussione ciò che una
macchina ci dice, l’accesso alla conoscenza può trasformarsi in dipendenza
dall’informazione generata dalle macchine.
Il futuro richiederà quindi non meno pensiero critico, ma più pensiero critico.

Il nuovo mondo non sarà costruito dall’AI

L’intelligenza artificiale sta già cambiando il mondo.
Sta contribuendo a rendere più veloci alcune diagnosi, ad accelerare la ricerca, a
personalizzare l’apprendimento e a trasformare il lavoro.
Ma nessuna di queste possibilità garantisce, da sola, un mondo migliore.
L’AI può amplificare le nostre capacità, ma può anche amplificare le nostre
disuguaglianze. Può aiutarci a proteggere l’ambiente, ma richiede energia e risorse.
Può rendere la conoscenza più accessibile, ma può anche rendere più difficile
distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è.
Per questo il futuro non è l’AI.
Il futuro siamo noi e le scelte che faremo con l’AI.
La questione più importante non è quanto saranno potenti le macchine che
costruiremo. È cosa decideremo di fare con quella potenza.
Se riusciremo a orientarla verso la salute, la conoscenza, la sostenibilità,
l’accessibilità e la possibilità per più persone di sviluppare il proprio potenziale, allora
l’intelligenza artificiale potrà essere molto più di una nuova tecnologia.
Potrà diventare uno strumento per affrontare problemi che oggi sembrano troppo
grandi, troppo complessi o troppo lontani da una soluzione.
Il nuovo mondo, quindi, non sarà quello costruito dall’intelligenza artificiale.
Sarà quello che sceglieremo di costruire grazie ad essa.

Articolo scritto da Chaimaa El Fassihi

 Compriamo il tempo per paura di invecchiare, ma è davvero necessario?

Da sempre l’uomo cerca strategie che possano allontanare l’avvento di quel periodo denominato “vecchiaia”, ma cosa ci ha spinto a temere così tanto questa fase della vita e, soprattutto, è davvero ciò di cui abbiamo bisogno per un’esistenza migliore?

Nell’immaginario comune la vecchiaia viene spesso associata a un concetto negativo, come se invecchiare fosse esclusivamente definito dall’idea di essere ormai giunti al termine del lungo e meraviglioso viaggio che è la vita, e che ormai tanto meraviglioso non lo è più.
Quando si pensa all’anzianità, spesso l’immagine che creiamo nella nostra mente è dominata da forti stereotipi negativi: la perdita di autonomia, la malattia, la fatica…

Eppure, qual è la ragione che ci spinge a non vederne i lati positivi?
Nel corso della storia occidentale il concetto di vecchiaia ha assunto diversi possibili significati. A partire dalle società più antiche, tra cui quella giudaica, in cui il sapere veniva trasmesso oralmente, l’anziano assumeva un ruolo rilevante in quanto rappresentava sapienza e saggezza. In assenza di libri e di Internet, questa figura era custode di tradizioni, regole, racconti e, più in generale, della memoria collettiva, fondamentale per la continuità della comunità. Pertanto la vecchiaia, seppur riconosciuta come fase della vita caratterizzata da grande fragilità, veniva rispettata e investita di una certa autorevolezza.

Tuttavia, a partire dagli antichi Greci, l’invecchiamento ha assunto un duplice significato, che viene espresso in maniera piuttosto chiara nella riflessione filosofica di quel tempo. Infatti, se da una parte Platone nel suo libro della “Repubblica” descrive la vecchiaia come una stagione di moderazione e pace, libera dall’assoggettamento delle passioni, dall’altro lato Aristotele ci restituisce un’immagine pessimista dell’anziano nella “Retorica”, quale figura diffidente, sospettosa e priva di riso. Quest’ultima concezione viene nuovamente ripresa nella letteratura teatrale, in cui il “vecchio” diviene oggetto di ridicolo, descritto attraverso tratti grotteschi e caricaturali.
La questione viene ulteriormente ribaltata nell’antica Roma, dove la vecchiaia viene sempre più associata all’autorità familiare, il cosiddetto “pater familias”. Assumendo quindi un certo prestigio all’interno della società, poiché garante dell’ordine e della continuità della comunità, viene riconosciuta e rispettata per il suo ruolo sociale fondamentale.
Una visione ancor più spensierata e positiva si fa largo a partire dal V secolo d.C. con l’affermazione del Cristianesimo. Infatti quest’ultimo riconosce l’avanzamento dell’età come una preparazione spirituale alla morte e all’avvicinamento alla vita eterna.

Per cui non si guarda più alla vecchiaia come al lento declino fisico e cognitivo della persona, quanto piuttosto a un percorso di crescita morale che conduce a Dio.


Col passare dei secoli, tuttavia, questa visione è andata perdendosi con l’avvento dell’evoluzione scientifica e tecnologica. Infatti l’alfabetizzazione e l’invenzione della stampa hanno permesso a sempre più persone di accedere al sapere. Sebbene costosi e non sempre facilmente accessibili, libri e archivi hanno reso disponibile a tutti la conoscenza, che pertanto non aveva più bisogno di essere trasmessa oralmente da figure incaricate di tale ruolo. Oggi più che mai la possibilità di accedere e navigare con pochi click sul web ci mostra come il sapere non debba essere un privilegio di pochi, ma un vero e proprio diritto.
Altresì la rivoluzione industriale, che ha permesso la costruzione di una società fondata sulla produttività e il lavoro, ha portato a percepire l’anziano come un peso, una persona che necessita di supporto e cure e che pertanto non è in grado di contribuire all’economia del Paese. Questa trasformazione nell’immaginario comune è fortemente influenzata anche dagli sviluppi nel campo della Medicina, che hanno portato a porre maggiore attenzione sull’aspetto patologico e il decadimento psico-fisico del corpo.
Ecco allora la risposta al nostro interrogativo iniziale: la paura che l’uomo prova nei confronti dell’invecchiamento è frutto di un lungo e complesso processo di costruzione sociale e culturale, che ha portato a guardare alla vecchiaia attraverso i suoi lati negativi.
A questo punto possiamo interrogarci sulle strategie che l’uomo ha adottato per rallentare tale processo. Dalle assicurazioni alle visite mediche, dalla chirurgia estetica agli studi di ingegneria biomedica, o più semplicemente dalle mode della palestra alle diete rigide diffuse sui social, l’uomo ha fin da subito cercato di opporsi al normale corso della vita, perfino adottando strategie creative per “comprare il tempo”. Eppure, negli ultimi anni l’enorme progresso tecnologico ha portato l’uomo ad immaginare ulteriori stratagemmi che non si limitassero più soltanto ad allungare le sue aspettative di vita – cosa che avrebbe comunque comportato l’avanzare dell’età -, ma che potessero arrivare persino ad invertire il tempo a lui concesso.
Tutte strategie che mirano ad un solo obiettivo: quello di vivere la tanto desiderata eterna giovinezza.
Ne sono alcuni esempi le ricerche condotte sui fattori Yamanaka, dei geni che permettono di riportare una cellula adulta allo stato embrionale, e il progetto Blueprint, programma nato da un’idea di Bryan Johnson nel tentativo di non invecchiare mai. Risulta piuttosto chiaro, quindi, che la tecnologia ci sta portando a raggiungere mete fino a poco prima inimmaginabili, traguardi che una volta avremmo pensato possibili solo nei film di fantascienza. Ma a quale costo? E quante di queste mete sono raggiungibili equamente da ciascuno? Forse bisognerebbe riflettere maggiormente sul qui ed ora, senza la paura di ciò che ci aspetta nel futuro e guardando al passato con la consapevolezza della fortuna che ci ha portato al presente.

Mark Twain a proposito ricorda che la paura della morte viene meno quando si impara davvero a vivere, invitando a riflettere sul privilegio della vita nella sua interezza. E per citare una sua celebre frase: “Do not complain about growing old, it’s a privilege denied to many”.

Articolo scritto da Alice Maffei

 Oltre lo schermo: riscoprire l’umano nel digitale 

Durante l’incontro del 19 settembre con l’Avv. Arianna Ciracò, nell’ambito del percorso di Filo, ci siamo fermati a riflettere su una domanda che attraversa silenziosamente le nostre giornate: cosa significa davvero essere cittadini oggi? In un’epoca in cui la tecnologia sembra disegnare i confini della nostra realtà, la risposta non è affatto scontata. La lezione ci ha invitato a guardare oltre la superficie, ricordandoci che la libertà non si riceve in dono, ma si coltiva attraverso la comprensione degli strumenti che utilizziamo. 

La concretezza dell’invisibile 

Spesso commettiamo l’errore di considerare il mondo digitale come una dimensione astratta, quasi magica. L’Avv. Ciracò ha invece riportato la nostra attenzione sulla concretezza: ogni nostra interazione online consuma energia, occupa spazio fisico su server distanti e ha un impatto reale sulle risorse del pianeta. Ma l’invisibilità più pericolosa è quella degli algoritmi. Queste sequenze di calcoli creano attorno a noi delle “bolle” rassicuranti, mostrandoci solo ciò che già ci piace o che conferma le nostre idee. Senza rendercene conto, rischiamo di perdere il gusto del confronto e la bellezza di scoprire punti di vista diversi dai nostri. 

La trappola della semplicità 

Un altro passaggio fondamentale della riflessione ha riguardato l’intelligenza artificiale. Siamo affascinati dalla fluidità con cui queste macchine scrivono e rispondono, tanto da attribuire loro una sorta di comprensione umana. In realtà, si tratta di calcoli probabilistici estremamente sofisticati, privi di reale coscienza o empatia. Il rischio è di cedere alla pigrizia intellettuale: se la macchina ci offre una risposta pronta e ben confezionata, siamo tentati di non interrogarci più, delegando il nostro pensiero a un software. Le leggi e l’etica sono bussole necessarie, ma perdono valore se smettiamo di esercitare il nostro spirito critico. 

Il valore della consapevolezza 

Ciò che emerge con forza dalla lezione di Arianna Ciracò è che la cittadinanza digitale non è un ruolo passivo. Essere cittadini nel presente significa riappropriarsi della curiosità, imparare a convivere con il dubbio e non accontentarsi della prima risposta che appare su uno schermo. La tecnologia può offrirci infinite possibilità, ma la capacità di scegliere in modo autonomo e consapevole rimane un talento esclusivamente umano. Custodire questa capacità è l’unico modo per restare autenticamente liberi. noi stessi.

Articolo scritto da Ginevra Eloanyi

L’imperfezione come traccia dell’umano

Cosa ci rende davvero umani, ora che le macchine scrivono, ricordano, risolvono problemi e imitano sempre meglio alcune delle nostre capacità? Forse la risposta non sta in ciò che facciamo meglio, ma in ciò che viviamo in modo imperfetto, imprevedibile e profondamente nostro. 

Ci sono dettagli che, proprio perché fuori posto, finiscono per raccontare più di tutto il resto. Una crepa, un’esitazione, una parola sbagliata o un gesto imperfetto interrompono l’ordine e lasciano intravedere qualcosa di autenticamente umano. Da qui nasce una domanda che oggi, nel confronto sempre più stretto con la tecnologia, assume un significato particolare: cosa riconosciamo come propriamente umano quando precisione ed efficienza non bastano più a distinguerci? 

Durante il secondo incontro del progetto FILO, Davide Casaleggio ha proposto un’immagine particolarmente efficace: “come se la perfezione fosse diventata una colpa e l’imperfezione l’ultima firma rimasta dell’essere umano”. 

È una provocazione che apre una domanda più ampia: se la tecnologia arriva a pensare con noi, a lavorare al nostro posto, a risolvere problemi, conservare ricordi e perfino anticipare alcune delle nostre decisioni, dove possiamo ancora riconoscere ciò che appartiene profondamente all’essere umano? La risposta non sembra trovarsi in una sola qualità, ma nel modo in cui viviamo l’errore, costruiamo relazioni, attribuiamo significato alle esperienze e ci confrontiamo con la nostra stessa fragilità. L’umanità emerge così da una storia complessa, fatta di limiti, consapevolezza e capacità di trasformare ciò che accade in qualcosa che abbia senso. 

L’errore accompagna da sempre l’esperienza umana ed è parte del nostro modo di vivere e imparare. Sbagliamo, correggiamo, riproviamo e spesso proprio attraverso questi passaggi arriviamo a comprendere qualcosa di nuovo. La tecnologia, al contrario, tende verso l’efficienza e verso un funzionamento sempre più preciso. Per questo, quando un’intelligenza artificiale commette un errore, può perfino prodursi una sensazione curiosa, quasi di familiarità, perché quel fallimento ricorda una caratteristica che associamo spontaneamente alla nostra esperienza. È come se vedessimo in quel difetto un segno di umanità. Un articolo recente lo spiega bene: “Tratto distintivo dell’umano, l’errore si rivela chiave per la creatività, l’innovazione e la resilienza”L’errore non è un difetto da nascondere, ma una breccia da valorizzare, come insegna il kintsugi giapponese che ripara con l’oro un vaso rotto: le crepe diventano bellezza. Così capita che da un errore nasca un’idea nuova, un’intuizione inaspettata: un esperimento fallito può aprire la strada a una scoperta scientifica, una parola mal pronunciata può avviare una poesia. In questo senso l’imperfezione ci rende creativi: forse è proprio un’intelligenza capace di sbagliare a poter inventare davvero, legare intuizioni lontane, trovare alternative al calcolo rigido della macchina. Nel momento in cui l’IA fallisce, sembra riemergere quella distanza che la sua efficienza aveva momentaneamente cancellato: in quell’errore vediamo riflessi alcuni dei tratti che associamo all’esperienza umana, dal senso del contesto alla capacità di commettere “errori creativi”. 

Anche il modo in cui entriamo in relazione con gli altri contribuisce a definire la nostra esperienza. Un’altra linea di demarcazione umana è la comunicazione profonda. Il sistema dei neuroni specchio, studiato da Giacomo Rizzolatti e dal suo gruppo di ricerca, contribuisce alla comprensione delle azioni e delle emozioni altrui. In pratica, osservare qualcuno che gioisce o soffre attiva parti del nostro cervello. Da questa “simpatia interiore” nasce una parte importante dell’empatia, che non consiste soltanto nel riconoscere ciò che accade agli altri, ma nel tentativo di comprenderne il significato emotivo. 

Il linguaggio rende ancora più profondo questo rapporto, perché attraverso parole, metafore e storie diamo forma alla realtà e all’esperienza. Il nostro cervello sembra costruito per raccontare la realtà: l’acquisizione del linguaggio e la capacità di costruire significati condivisi sono collegate proprio al sistema specchio. Narriamo chi siamo attraverso miti, romanzi, dialoghi. Raccontiamo a noi stessi la storia della nostra vita, intrecciando ricordi ed emozioni. Ecco un altro segno: noi non percepiamo il mondo come dati grezzi, ma come racconti in divenire. È qui che emerge una dimensione soggettiva fondamentale: la realtà umana non è composta soltanto da informazioni, perché ogni esperienza viene attraversata dalla memoria, dalle emozioni e dalla prospettiva personale di chi la vive. 

Questa capacità di interpretare il mondo si lega anche alla responsabilità del pensiero. Hannah Arendt ha posto al centro della propria riflessione il rischio di agire senza interrogarsi sul significato delle proprie azioni, mostrando come l’assenza di pensiero critico possa trasformare l’obbedienza e l’abitudine in forme di irresponsabilità morale, fino a compromettere ciò che riconosciamo come profondamente umano. Nella riflessione di Arendt, proprio nell’incapacità di pensare criticamente può risiedere una delle radici del male, perché è nel pensiero critico e nella nostra empatia che si forma l’etica. Essere umani significa allora anche interrompere l’automatismo, fermarsi davanti a una scelta e chiedersi quali conseguenze possa produrre sugli altri. La coscienza morale non nasce da un insieme meccanico di istruzioni, ma dalla capacità di giudicare situazioni concrete e di assumersi la responsabilità delle proprie decisioni. Possiamo scegliere, cambiare idea, riconoscere un errore e correggerlo, e proprio questa possibilità ci rende responsabili di ciò che facciamo. Il pensiero diventa così una pratica etica, perché impedisce di ridurre l’individuo a un semplice esecutore e gli ricorda che ogni azione si inserisce in una rete di relazioni umane. 

È proprio dentro questa rete che la nostra umanità prende forma, perché siamo animali profondamente sociali: il nostro cervello e il nostro sviluppo formano un “noi” fin dall’infanzia. Michael Tomasello e colleghi hanno mostrato come, già nei primi anni di vita, i bambini sviluppino forme di cooperazione e diventino piccoli umani con motivazioni sociali uniche. Imparano a cooperare, a condividere obiettivi, a seguire regole non scritte del gruppo. Tomasello parla di «intenzionalità congiunta e collettiva», una caratteristica particolarmente sviluppata nella specie umana. In pratica diventiamo umani perché impariamo a pensare e ad agire insieme: impariamo consapevolmente a costruire strumenti, linguaggio e cultura che non esisterebbero senza una comunità. Non è un fatto genetico isolato, ma un processo evolutivo e culturale, nel quale le nostre capacità cognitive si sviluppano attraverso il rapporto con gli altri. Meraviglia e crudeltà nascono qui: la stessa cooperazione che ci rende generosi e creativi ci rende capaci di escludere o ferire se l’intenzionalità collettiva si deforma. Ma resta il fatto che la morale umana cresce attraverso il confronto con gli altri e la riflessione sulle conseguenze delle nostre azioni. È attraverso questo processo che costruiamo gradualmente criteri morali, regole e forme di convivenza.  

Esiste poi una dimensione che precede il linguaggio e il pensiero stesso: il corpo. A differenza di una macchina, noi sperimentiamo il mondo attraverso un corpo vivente, sensibile. Ogni gesto, ogni carezza, ogni lacrima parte da qui. I filosofi fenomenologici come Merleau-Ponty ci dicono che il corpo non è un contenitore, ma la forma stessa di ogni esperienza. Anche se è difficile riassumerlo brevemente, il punto è questo: il nostro corpo vive e sente prima che noi ne parliamo. Prima ancora di descrivere una sensazione, la viviamo, e prima di trasformare ciò che accade in parole, ne facciamo esperienza attraverso il corpo. Al corpo si lega inevitabilmente anche la consapevolezza della sua finitezza: siamo esseri mortali e sappiamo di esserlo. Sappiamo che il nostro tempo ha un limite e questa consapevolezza influenza il modo in cui attribuiamo valore alle esperienze, conserviamo i ricordi e costruiamo progetti per il futuro. La memoria acquista significato anche perché sappiamo che ciò che viviamo non durerà per sempre, mentre il desiderio di lasciare una traccia attraversa la cultura umana fin dalle sue origini. Raccontiamo storie, conserviamo fotografie, costruiamo monumenti e trasmettiamo ricordi perché sappiamo che la nostra presenza è temporanea. La mortalità non è soltanto la conclusione biologica dell’esistenza, ma una consapevolezza che accompagna la vita e contribuisce a darle forma. La memoria racconta una storia che avrà una fine, e questo spinge noi umani a cercare significati più grandi nel tempo che ci è dato. 

Tutte queste dimensioni, l’errore creativo, l’empatia speculare, il dialogo linguistico, il pensiero critico, la cooperazione sociale, il corpo senziente e la consapevolezza della morte, si intrecciano e si rafforzano a vicenda. Nessuna da sola basta, ma insieme contribuiscono a definire ciò che siamo. Viviamo tutto questo attraverso un corpo fragile e all’interno di comunità nelle quali costruiamo significati destinati a sopravvivere almeno in parte alla nostra esistenza individuale. 

Le macchine riescono già a riprodurre molte attività che per lungo tempo abbiamo considerato esclusivamente umane e proprio per questo, il confronto con la tecnologia ci costringe a definire con maggiore precisione ciò che intendiamo quando parliamo di umanità. Ecco perché, come notava ancora Casaleggio, forse stiamo vivendo una vera rivoluzione: questa trasformazione non riguarda soltanto ciò che le macchine stanno imparando a fare, ma il modo in cui siamo costretti a osservarci mentre lo fanno. L’imperfezione non è semplicemente il contrario della perfezione tecnologica, ma la traccia di un’esistenza capace di cambiare, interpretare e attribuire significato ai propri limiti. Essere umani non significa quindi essere privi di errori, ma riuscire a riconoscerli, trasformarli e inserirli nella storia che continuiamo a raccontare di noi stessi.

Articolo scritto da Debanhi Loana Garcia Reyes 

La democrazia deve perdere tempo

Le piattaforme ci hanno abituati a ottenere risposte immediate, percorsi semplici ed esperienze personali, mentre una decisione collettiva funziona al contrario e richiede tempo, complessità e incontri con persone che non la pensano come noi. 

Premiamo un’icona e arriva un’auto, scriviamo un indirizzo e compare il percorso, digitiamo una domanda e otteniamo una risposta e scorriamo una lista di film e la piattaforma prova a prevedere quale ci piacerà. 

Una parte enorme della tecnologia contemporanea è costruita attorno a una promessa semplice: togliere tempo tra il desiderio e il risultato, una promessa potente e ci siamo abituati rapidamente. 

Poi usciamo da questo ambiente e incontriamo una riunione pubblica, una consultazione, un consiglio comunale, un’assemblea, una legge: qualcuno parla troppo, un altro chiede di tornare su una questione che sembrava già chiusa, mancano informazioni, emergono interessi incompatibili e serve una seconda riunione. Poi una terza. 

La sensazione è familiare: perché deve essere tutto così lento? Forse la domanda contiene già una parte del problema. 

Durante il primo incontro di FILO, il professore Gianluca Sgueo ha descritto tre caratteristiche dell’esperienza tecnologica di massa: velocità, semplicità e singolarità

La prima riduce l’attesa, la seconda riduce i passaggi e la terza adatta l’esperienza all’individuo

Netflix suggerisce un film per me. Una mappa costruisce il percorso per me. Un’app di incontri ordina persone sulla base delle mie preferenze. Il digitale promette un ambiente nel quale un sistema impara progressivamente cosa voglio e cerca di portarmelo davanti. Sgueo sostiene che trasferire automaticamente queste aspettative nello spazio pubblico produce una tensione. 

Le istituzioni devono durare, mentre le tecnologie cambiano rapidamente. Un servizio pubblico deve raggiungere anche chi non appartiene all’utente ideale. Una decisione politica riguarda gruppi eterogenei, mentre la personalizzazione digitale tende a costruire esperienze individuali, e un problema collettivo non sempre sopporta di essere ridotto a una scelta binaria. Prendiamo la velocità. Nel linguaggio comune, lento è quasi sempre un difetto: un sito lento è un cattivo sito, una consegna lenta è un cattivo servizio e un computer lento è un computer da sostituire. 

Ma una democrazia lenta è necessariamente una cattiva democrazia? 

L’OCSE ha raccolto centinaia di esperienze di assemblee dei cittadini, giurie, panel e altri processi deliberativi. La sua conclusione sul tempo è controintuitiva per chi arriva dall’esperienza delle piattaforme: una deliberazione di qualità richiede abbastanza tempo per imparare, valutare prove, ascoltare prospettive differenti e formulare raccomandazioni informate. Per processi destinati a produrre raccomandazioni approfondite, l’OCSE indica almeno quattro giornate intere di incontro, salvo ragioni specifiche per abbreviare.  

Le assemblee dei cittadini più ampie durano ancora di più. Nei casi esaminati dall’OCSE nel rapporto del 2020, riunivano in media circa 90 persone per quasi 19 giornate distribuite nell’arco di circa undici mesi. La prima fase viene spesso dedicata all’apprendimento, con esperti, gruppi interessati e persone direttamente coinvolte nel problema. Solo dopo arriva la deliberazione.  

Questo tempo non è un incidente organizzativo. Serve a fare qualcosa che un feed personalizzato tende a evitare: costringerci a incontrare ragioni che non abbiamo scelto. 

La democrazia funziona male quando ciascuno riceve soltanto la propria versione del mondo. Ed è qui che semplicità e singolarità diventano politiche. 

Il cittadino non è un consumatore che deve ricevere esattamente ciò che preferisce. Una decisione pubblica deve includere persone che hanno desideri incompatibili. 

Il nuovo parco occupa un terreno che qualcuno avrebbe destinato a parcheggio, una nuova linea ferroviaria collega territori e disturba quartieri, una politica climatica produce benefici futuri e costi immediati, mentre una norma sull’intelligenza artificiale protegge alcuni diritti e impone oneri a imprese e amministrazioni. 

Non esiste un algoritmo di raccomandazione capace di consegnare a ogni cittadino una versione personale della stessa legge. Alla fine, dobbiamo condividere una decisione. 

L’Unione europea ha sperimentato questa difficoltà durante la Conferenza sul futuro dell’Europa, svolta tra aprile 2021 e maggio 2022. La Conferenza combinò una piattaforma digitale accessibile nelle 24 lingue ufficiali dell’UE con panel composti complessivamente da 800 cittadini selezionati in modo casuale e pensati per rappresentare la diversità sociologica europea. Il processo si concluse con 49 proposte e 326 misure.  

È un esempio utile perché non scelse tra online e offline: la piattaforma ampliava la possibilità di contribuire, i panel riducevano la scala e restituivano tempo alla conversazione e la plenaria collegava i contributi alle istituzioni. La tecnologia aiutava a raccogliere, ma le persone dovevano ancora discutere. 

Questa distinzione diventa ancora più importante con l’intelligenza artificiale. Come suggerito dal professore Sgueo, un concetto utile è quello di “democrazia aumentata”, in questo modello, l’IA aiuta a filtrare interventi, raggruppare proposte, tradurre grandi quantità di contributi e sintetizzare preferenze collettive, mentre l’agenda politica, la decisione finale e la responsabilità restano invece nelle mani umane. 

Sembra una distinzione teorica. Non lo è più. 

Due esempi ricordati anche dal professor Sgueo mostrano come l’intelligenza artificiale stia già entrando nei processi pubblici. Nel Regno Unito, lo strumento Consult è stato sperimentato per analizzare migliaia di risposte alle consultazioni pubbliche, individuare i temi principali e facilitare il lavoro dei funzionari, mantenendo il controllo umano sui risultati. Un caso diverso è quello di Diella, presentata dal governo albanese come una ministra virtuale basata sull’intelligenza artificiale e incaricata di contribuire alla gestione degli appalti pubblici e alla lotta contro la corruzione. Questi casi mostrano due ruoli diversi dell’IA: nel primo supporta il lavoro delle istituzioni, mentre nel secondo entra più direttamente nell’attività politica, sollevando domande sulla trasparenza, sulla responsabilità e sul controllo umano. 

Un altro esempio arriva dalla ricerca. Nel 2024 un gruppo di ricercatori di Google DeepMind pubblicò su Science un esperimento con un sistema chiamato Habermas Machine. Il modello riceveva opinioni individuali e critiche dei partecipanti, poi produceva una dichiarazione di gruppo cercando un terreno comune. Lo studio coinvolse 5.734 persone. In media, i partecipanti preferirono le sintesi generate dall’IA a quelle prodotte da mediatori umani e i gruppi mostrarono una maggiore convergenza delle posizioni dopo il processo.  

È un risultato affascinante. È anche il punto in cui serve rallentare. 

Che cosa significa trovare consenso? Il consenso migliore è la frase con cui il maggior numero di persone è disposto a dichiararsi d’accordo? Oppure una buona deliberazione deve lasciare spazio anche al conflitto, alla spiegazione delle ragioni, al cambiamento profondo di una posizione e alla possibilità che una minoranza non voglia essere sintetizzata? 

Un’analisi critica pubblicata nel 2025 ha sostenuto che il design della Habermas Machine attribuisce un peso eccessivo al raggiungimento dell’accordo e riduce parte della deliberazione alla produzione e valutazione di opinioni individuali. Il punto dell’autore è importante: un sistema progettato per “migliorare” la democrazia incorpora inevitabilmente una propria idea di ciò che una buona democrazia dovrebbe essere.  

Nel 2026 un altro studio di Google DeepMind ha reso il quadro ancora più interessante. In esperimenti su deliberazioni di gruppo con 879 partecipanti e decisioni riguardanti vere donazioni benefiche, la facilitazione tramite modelli linguistici non aumentò in modo significativo il consenso. I partecipanti preferivano comunque la discussione assistita dall’IA. I ricercatori osservarono anche due rischi: in alcune condizioni il facilitatore algoritmico spostava le allocazioni verso specifiche organizzazioni, e la sensazione di maggiore inclusione percepita dai partecipanti non corrispondeva a un miglioramento misurato nell’equità della partecipazione.  

Questa differenza tra sentirsi ascoltati ed essere ascoltati dovrebbe interessare qualsiasi progetto di democrazia digitale. Un’interfaccia fluida produce una sensazione di efficacia. Ma la democrazia non dovrebbe essere valutata soltanto attraverso la soddisfazione dell’utente. 

A volte un processo democratico deve frustrarci: deve dirci che la nostra posizione non ha ottenuto la maggioranza, deve mostrarci una prova che contraddice ciò che pensavamo, deve obbligare chi decide a spiegarsi e deve registrare il dissenso invece di nasconderlo dentro una sintesi elegante. 

Un altro esempio è Polis, un software usato nei processi partecipativi a Taiwan. Il funzionamento è semplice: ai partecipanti vengono mostrate brevi affermazioni e ciascuno può indicare se è d’accordo, in disaccordo oppure se preferisce non rispondere. Il sistema confronta poi le risposte, raggruppa le persone con opinioni simili e individua i punti su cui gruppi diversi riescono a trovare un accordo. 

Polis, però, non prende decisioni politiche. Serve soprattutto a capire meglio cosa pensano i partecipanti, quali opinioni sono più diffuse e dove esistono possibili punti di consenso. 

Questa potrebbe essere una buona regola anche per l’IA: usarla per vedere meglio, non per decidere al posto nostro, per tradurre una consultazione con migliaia di contributi, per accorpare duplicati senza cancellare le differenze, per individuare domande rimaste senza risposta, per mostrare quali argomenti uniscono gruppi distanti e per aiutare persone con difficoltà linguistiche o cognitive a partecipare. 

Ma ogni sistema del genere dovrebbe lasciare traccia di come ha riassunto, quali contributi ha escluso, quali categorie ha creato e dove esiste dissenso. Le persone devono conservare la possibilità di contestare la sintesi. Chi occupa una posizione pubblica deve conservare la responsabilità della decisione. 

Altrimenti rischiamo una trasformazione più profonda: non una democrazia più partecipata grazie alle macchine, ma una democrazia nella quale la macchina diventa l’interprete principale di ciò che la popolazione pensa. 

Il professore Sgueo distingue tra democrazia aumentata, democrazia automatizzata e democrazia sintetica. In quest’ultima ipotesi, i sistemi di intelligenza artificiale non si limitano a organizzare o riassumere le opinioni di persone reali, ma possono generare interlocutori, identità, immagini, commenti e forme apparenti di consenso. Il problema, quindi, diventa capire se l’opinione pubblica che osserviamo riflette posizioni realmente presenti nella società oppure se è stata artificialmente simulata. 

È una ragione in più per rivalutare una parola poco amata, tempo: il tempo necessario a verificare chi partecipa, il tempo di leggere un’opinione intera invece della sua sintesi, il tempo per cambiare idea, il tempo per permettere a una minoranza di spiegare perché non è d’accordo, il tempo per verificare ciò che un sistema automatico ha prodotto e il tempo per attribuire una responsabilità umana a una decisione. 

Siamo circondati da tecnologie che ci promettono di eliminare attese: per comprare qualcosa, è un risultato utile, per scegliere un film, anche, ma per governare una comunità, il criterio deve essere diverso. 

La democrazia non serve a portarci nel modo più rapido possibile dal desiderio individuale al risultato, ma serve a permettere a persone che desiderano cose diverse di continuare a vivere sotto decisioni comuni. Per farlo occorrono strumenti migliori e occorre anche accettare che alcune cose importanti richiedano tempo. 

Articolo scritto da Debanhi Loana Garcia Reyes 

Attraverso le rivoluzioni dell’AI: come la tecnologia sta ridefinendo chi siamo

La seconda lezione di Filo ha ospitato Davide Casaleggio, imprenditore ed esperto di strategie digitali, con un intervento dedicato alle rivoluzioni dell’intelligenza artificiale e alla frattura che sta provocando su 5 sfere tipicamente umane: intelligenza, conoscenza, lavoro, sanità e coscienza. Ambiti che l’individuo ha da sempre definito caratteristiche identitarie della propria natura, ma che l’AI sta trasformando, ridefinendo ciò che finora abbiamo considerato esclusivamente nostro. 

L’individuo ha perso il monopolio “biologico” dell’intelligenza perché il centro del pensiero si è spostato all’esterno della nostra testa, trasformando l’intelligenza in un’infrastruttura che acquistiamo a consumo, proprio come l’elettricità. Basti pensare ai piani di abbonamento premium o pro delle varie AI, i quali consentono un differente accesso alle informazioni. Lo stesso accade per la conoscenza. Memorizzare e accumulare informazioni è diventato un esercizio obsoleto, la vera sfida dell’educazione diventa la capacità di applicare le competenze per risolvere problemi in tempo reale, esattamente come fa l’AI.  

Questa trasformazione travolge poi il lavoro, dove si spezza definitivamente il legame tra presenza umana, produzione di valore e retribuzione. Ciò si nota benissimo negli ambiti di programmazione o di graphic design, nei quali agenti sintetici generano software completi o campagne visive in totale autonomia 24 ore su 24, producendo capitale senza che alcun lavoratore debba impiegare le proprie ore di vita per ricevere, in cambio, lo stipendio.

Allo stesso modo, l’AI riesce a riscrivere i confini della biologia e della sanità umana. Attraverso modelli avanzati di AI, la ricerca sta rendendo possibile il ringiovanimento delle cellule fino allo stato staminale, alterando la sequenza naturale del processo d’invecchiamento e allungando sempre di più l’aspettativa di vita. L’ultima sfera è invece la coscienza, la consapevolezza che si ha di sé stessi e del mondo esterno.

L’individuo ha sempre affermato che ciò che distingue l’uomo dagli animali è la coscienza. Ma adesso che anche l’AI opera con un’apparente consapevolezza di sé, la nostra identità perde i suoi punti di riferimento. 

E allora, se l’intelligenza diventa un bene a consumo, il valore si scinde dal lavoro e la biologia viene riscritta, la vera provocazione rimane una sola: cosa ci rende ancora umani? 

Articolo scritto da Ylenia Salomone

Abbiamo tutto in tasca. Ma cosa ci appartiene ancora? 

Lo smartphone ci ha dato accesso a quasi tutto: musica, fotografie, libri, film, giochi e documenti, ma tra avere qualcosa sullo schermo e possederla esiste una differenza sempre più importante. 

C’è un piccolo esperimento che ciascuno di noi può fare. Prendiamo il telefono e apriamo la galleria delle fotografie, poi Spotify o un altro servizio musicale. Poi una piattaforma video, la libreria degli ebook, il cloud, un videogioco, l’app della banca. Quante volte, parlando di questi contenuti, usiamo la parola “mio”? 

Le mie foto, la mia musica, i miei libri, i miei film, i miei file, il mio gioco. 

La sensazione è comprensibile: tutto si trova nello stesso rettangolo che teniamo in tasca. Il telefono appartiene a noi, lo abbiamo scelto, pagato e portato a casa. Eppure, ciò che appare sullo schermo appartiene a categorie molto diverse

Una fotografia salvata nella memoria del telefono non è la stessa cosa di una serie disponibile in streaming. Un file musicale acquistato senza vincoli non equivale a una canzone inserita in una playlist. Un libro di carta e un ebook possono contenere esattamente le stesse parole, ma non sempre attribuiscono al lettore gli stessi diritti di trasferimento, prestito e rivendita. 

La trasformazione è avvenuta lentamente: non abbiamo deciso, un giorno preciso, di smettere di possedere le cose, ma abbiamo accettato una comodità dopo l’altra e spesso abbiamo fatto bene. 

Lo streaming ci offre cataloghi che nessuna casa normale riuscirebbe a contenere, il cloud tiene sincronizzati i documenti tra più dispositivi, le mappe digitali sostituiscono pile di cartine e un telefono concentra macchina fotografica, agenda, registratore, navigatore, giornale, biblioteca, televisione e biglietteria. 

Il professor Gianluca Sgueo descrive tre caratteristiche dell’esperienza tecnologica contemporanea: velocità, semplicità e singolarità. Otteniamo qualcosa rapidamente, con pochi passaggi e attraverso servizi sempre più adattati alle nostre preferenze. Questa esperienza viene associata anche alla gratificazione immediata e alla possibilità di rendere ripetibile ciò che un tempo richiedeva attesa, preparazione o un’occasione specifica.  

Il problema inizia quando la semplicità dell’esperienza nasconde la complessità del rapporto: noi vediamo un pulsante con scritto “acquista”, ma dietro quel pulsante, a volte, esiste soprattutto una licenza. La differenza sembra giuridica, ma in realtà entra nella vita quotidiana. 

Nel dicembre 2023 Ubisoft annunciò la chiusura del videogioco The Crew. Il titolo sarebbe rimasto utilizzabile fino al 31 marzo 2024. Dopo quella data, spiegò l’azienda, lo spegnimento dei server lo avrebbe reso inaccessibile su tutte le piattaforme, anche per chi lo aveva comprato. Ubisoft indicò tra le ragioni i vincoli legati all’infrastruttura dei server e alle licenze.  

È difficile trovare un esempio più chiaro della nuova fragilità del possesso digitale. La copia è davanti a noi, abbiamo pagato, il dispositivo funziona e nessuno è entrato in casa a portarci via qualcosa. Eppure, il prodotto smette di esistere come esperienza utilizzabile perché una parte essenziale si trova altrove. La questione ha mobilitato abbastanza persone da diventare politica europea. L’iniziativa dei cittadini europei “Stop Destroying Videogames” ha raccolto 1.294.188 dichiarazioni di sostegno verificate in 24 Stati membri. I promotori hanno chiesto di impedire agli editori di rendere inutilizzabili da remoto videogiochi venduti o concessi in licenza. Nel giugno 2026 la Commissione europea ha risposto che, allo stato attuale, non intende proporre un obbligo generale di mantenere giocabili i titoli dopo la cessazione commerciale, ma ha annunciato un confronto con industria e consumatori per un codice di condotta sulla gestione della fine del ciclo di vita dei videogiochi. 

È interessante perché qui il possesso diventa un problema collettivo, perché non riguarda più soltanto la nostalgia per gli oggetti fisici, ma riguarda il diritto di continuare a usare qualcosa, la conservazione delle opere culturali e il potere di un’impresa di modificare a distanza la vita di un prodotto già pagato. 

Il fenomeno è più vecchio dello smartphone contemporaneo. Nel 2009 Amazon rimosse a distanza da alcuni Kindle copie di “1984” e “Animal Farm” di George Orwell dopo aver scoperto che il venditore non disponeva dei diritti necessari; Amazon rimborsò gli utenti e dichiarò che avrebbe modificato il proprio sistema per evitare analoghe rimozioni in futuro. L’episodio è diventato uno dei casi più citati nella discussione sul possesso digitale proprio per la contraddizione tra la sensazione di avere acquistato un libro e la capacità tecnica di un intermediario di intervenire sul dispositivo dopo l’acquisto. 

Aaron Perzanowski e Jason Schultz hanno costruito intorno a questa trasformazione un intero libro, “The End of Ownership”, il cui punto centrale non è che il digitale abbia eliminato ogni forma di proprietà; sostengono invece che licenze, contratti e blocchi tecnologici abbiano ridotto una serie di poteri che associavamo naturalmente al possesso, come conservare, modificare, prestare o rivendere un bene. Secondo gli autori, la perdita di controllo ha conseguenze anche per autonomia individuale, innovazione e conservazione culturale. 

Il diritto europeo mostra bene quanto sia difficile tracciare un confine unico. Nel caso UsedSoft contro Oracle del 2012, la Corte di giustizia dell’Unione europea riconobbe, in determinate condizioni, l’esaurimento del diritto di distribuzione per licenze software scaricate e concesse per un periodo illimitato dietro un pagamento corrispondente al valore economico della copia. Nel caso Tom Kabinet del 2019, riguardante ebook di seconda mano, la Corte seguì una strada diversa, qualificando la fornitura tramite download come comunicazione al pubblico e non come distribuzione soggetta allo stesso principio di esaurimento. In altre parole, perfino nel diritto europeo “comprare digitale” non descrive una categoria uniforme. 

La direttiva europea sui contenuti e servizi digitali cerca di proteggere il consumatore in questo ambiente. Copre, tra gli altri, software, applicazioni, video, audio, musica, videogiochi, ebook, servizi cloud e social media. Stabilisce obblighi su conformità, funzionalità, compatibilità, interoperabilità e aggiornamenti. In alcuni casi, alla cessazione del contratto, prevede anche la possibilità per l’utente di recuperare contenuti non personali forniti o creati durante l’uso del servizio. Ma queste tutele non trasformano automaticamente ogni accesso digitale in proprietà piena.  

Anche il GDPR offre un diritto alla portabilità dei dati personali, quando ricorrono le condizioni previste dall’articolo 20. Una persona ha diritto a ricevere determinati dati personali forniti a un titolare in un formato strutturato, di uso comune e leggibile automaticamente, e in alcuni casi a trasferirli direttamente a un altro titolare. È un diritto importante, ma non equivale al diritto di portarsi via l’intera esperienza costruita dentro una piattaforma.  

Questa differenza aiuta a capire il punto: nel mondo fisico, possesso e controllo tendevano a stare vicini; se avessi comprato un CD, il negozio non avrebbe deciso tre anni dopo quali canzoni avrei potuto ascoltare, la casa discografica non aveva bisogno di autenticarmi ogni volta che inserivo il disco nel lettore e, se il negozio avesse fallito, il CD sul mio scaffale avrebbe continuato a funzionare. 

Nel digitale, tra noi e ciò che consideriamo nostro si inserisce spesso una catena: l’account deve esistere, il server deve rispondere, la licenza deve restare valida, il software deve essere compatibile, il dispositivo deve ricevere gli aggiornamenti necessari e il sistema di gestione dei diritti deve riconoscerci. Il file, da solo, non sempre basta. 

Questa trasformazione ha anche una dimensione culturale. Il ricercatore Russell Belk ha osservato che la digitalizzazione ha modificato il rapporto tra identità e possesso. Fotografie, messaggi, profili, avatar, collezioni digitali e altri oggetti immateriali partecipano alla costruzione di ciò che percepiamo come parte di noi, anche se il controllo materiale su questi oggetti è diverso da quello esercitato su una fotografia stampata o su una lettera conservata in un cassetto.  

Altri studi parlano di “consumo basato sull’accesso”, una relazione nella quale paghiamo per usare qualcosa senza trasferimento della proprietà. Questo modello offre flessibilità e accesso a risorse che non sarebbe pratico o conveniente possedere. Allo stesso tempo, produce un rapporto più temporaneo tra persona, oggetto e impresa che lo fornisce.  

Forse per questo oggi possediamo meno cose e, nello stesso momento, affidiamo alle cose digitali una parte maggiore della nostra identità. Le fotografie dei primi anni di vita di un figlio, le conversazioni con una persona che non c’è più, le playlist associate a un periodo preciso, i documenti di lavoro, le note scritte per anni, la biblioteca sottolineata e la cronologia delle nostre giornate. 

Non sono meno importanti perché non hanno peso, anzi: la loro invisibilità fisica rende più facile dimenticare da cosa dipendono. 

Anche il telefono, l’oggetto che invece possediamo materialmente, sta cambiando sotto la pressione di questa domanda. Dal 20 giugno 2025 nell’Unione europea sono entrate in applicazione nuove regole di ecodesign per smartphone e tablet. Tra i requisiti figurano batterie progettate per mantenere almeno l’80 per cento della capacità iniziale dopo almeno 800 cicli di carica, disponibilità di ricambi critici per sette anni dopo la fine delle vendite del modello, almeno cinque anni di aggiornamenti del sistema operativo dalla fine dell’immissione sul mercato dell’ultima unità e un indice di riparabilità visibile sull’etichetta. La Commissione stima che le misure possano contribuire ad allungare la vita media di uno smartphone di fascia media da circa 3 a 4,1 anni.  

È una risposta interessante perché lega il possesso alla durata. Possedere qualcosa significa anche avere una ragionevole possibilità di mantenerla funzionante. Da qui nasce una forma semplice di alfabetizzazione digitale. 

Quando paghi per qualcosa, chiediti cosa stai pagando. Un file? Una licenza permanente? Un abbonamento? Un servizio dipendente da server remoti? Chiediti se i tuoi dati si possono esportare in un formato comune. Guarda per quanto tempo il dispositivo riceverà aggiornamenti e quanto è riparabile. Conserva copie locali dei contenuti personali più importanti quando il servizio lo permette. Non considerare la presenza di un contenuto nell’app come prova del suo possesso. 

Non serve vivere con diffidenza verso ogni piattaforma. Serve recuperare una distinzione. Accesso e proprietà non sono la stessa cosa. 

La tecnologia ci ha dato qualcosa di enorme: la possibilità di ascoltare quasi tutta la musica che desideriamo senza riempire una stanza di dischi, la possibilità di conservare migliaia di fotografie senza possedere mille album e la possibilità di aprire un libro in pochi secondi, ovunque ci troviamo. Non avrebbe senso ridurre tutto questo a una perdita, ma ogni comodità costruisce un rapporto di dipendenza, e ogni dipendenza assegna a qualcuno un certo potere

Durante l’incontro di FILO, il professore Sgueo formula il principio in modo diretto: “Ogni tecnologia rende alcune azioni possibili, altre difficili o invisibili e, così facendo, distribuisce quote di potere.”  

Forse questa è la domanda da portarci dietro la prossima volta che premiamo “acquista”. Non soltanto quanto costa?, ma anche chi decide per quanto tempo sarà ancora mio? 

Articolo scritto da Debanhi Loana Garcia Reyes 

You press the button, we do the rest

Il concetto della tecnologia come “la svolta” del nostro mondo come lo conosciamo oggi è sempre stato oggetto di dibattito, da quello popolare fino a quello politico, ed in effetti, esso racchiude tutti gli ambiti della vita e che governano la società contemporanea… E tutto parte da una semplice scatola, un device, il dispositivo che ci accompagna dal primo risveglio del mattino all’ultimo sguardo prima di socchiudere le nostre palpebre per immergerci nel sonno rigenerante in vista di una nuova giornata: il nostro cellulare. Che sia un Samsung, un IPhone, un redmi o un LG, la questione rimane la stessa: il potere che questo piccolo ma ingegnoso aggeggio ha sulle nostre vite non è da poco, anzi non è assolutamente da sottostimare. Ed è proprio su questo punto cruciale che il professore G. Sgueo si è soffermato e ha illustrato durante il suo intervento il 5 settembre, la relazione tra la tecnologia e la società e di come questo strumento della tecnologia “nuovo” (relativamente, secondo la superba osservazione del professore, che ci descrive come essa ha sempre fatto parte delle vite degli uomini sin dall’antichità, in modi anche molto suggestivi), possa influenzare la democrazia in maniera positiva, migliorando ed incrementando le sue applicazioni positive nella società di oggi.

Il cellulare quindi, detiene tre caratteristiche distintive rispetto a tutti i diversi strumenti tecnologici, che lo rendono indispensabile agli occhi di un qualsiasi utente al giorno d’oggi:

Il primo, ci dice il professore, è la velocità: il tempo per prendere il cellulare e fare una ricerca su un qualsiasi browser e ricevere la risposta al quesito in tempo reale non ha eguali.

Il secondo è la singolarità di questo congegno; la meticolosità con cui svolge una miriade di funzioni tarate a misura sulle proprie preferenze ed interessi è dir poco eccezionale.

Il terzo, ed è quello che racchiude in una sola parola i molteplici motivi per cui non possiamo fare a meno del cellulare: la semplicità, o almeno quello che ci viene venduto come l’estrema facilità nell’uso, manipolazione, e restituzione delle varie funzionalità che esso racchiude.

Il “you press the button, we do the rest” della Kodak Camera nel 1888 è diventata la legge che coordina la convenienza di avere tutto a portata di mano: la fotocamera, una calcolatrice, a bussola e, soprattutto, i svariati rapporti e relazioni deboli instaurati con le persone, a distanza di chilometri e continenti, ma che con un solo click possono connettersi visivamente, uditivamente, con noi. Ma non è forse questa “semplicità” nel produrre fotografie, audio, messaggi istantanei e consumare irrequietamente media di qualsiasi genere a renderci il più disconnessi, in ciò che il prof. Sgueo ha definito durante l’esposizione “ rapporti forti”? Ed è proprio qui che si apre il dibattito tra due visioni polarizzate in merito alla questione:

1. la fase tecno-ottimista, che illustra come la tecnologia sia sempre impegnata nell’affermazione di trasparenza burocratica, legami con minima frizione, e solidarietà rispetto a fenomeni lontani geograficamente;

2. la fase tecno-realista, che smentisce la fase ottimista rivelando come la tecnologia abbia offerto nuovi problemi, invece che risolvere quelli già presenti; e come la condivisione nella visione solidale degli avvenimenti mondiali sia solo un’illusione relativa alla natura effimera del momento.

Nonostante l’apparente antitesi di queste due prospettive, il fascino di questa discussione sta nella sua risoluzione in una risposta bi-univoca, che unisce entrambi gli aspetti, sia positivi che negativi, dell’esperienza on-line e degli effetti che il mondo digitale ha avuto e ha ancor’oggi su di noi: la visione di un futuro in cui la democrazia prospera in un ecosistema digitale, di cui noi, come persone, ne siamo parte integrante.

Articolo scritto da Aya Tajeddine

I legami deboli nell’era digitale.

Cosa sono e cosa le interazioni online rivelano sulla nostra società. 

Spesso ci si interroga sull’impatto che la digitalizzazione ha avuto sulla nostra identità, sulle nostre scelte e sul modo di interagire e relazionarsi con il mondo esterno. Ci si chiede se la conversione al digitale, ancora in corso, delle interazioni tra esseri umani possa definirsi un continuo progredire o se si è addirittura giunti a un punto di non ritorno.

In seguito alla lezione tenuta da Gianluca Sgueo, docente e ricercatore internazionale, noi ragazzi di Filo Digitale abbiamo avuto l’opportunità di approfondire l’argomento, analizzandone benefici e ripercussioni.

In sociologia si definiscono “legami deboli” tutte quelle relazioni interpersonali caratterizzate da un basso livello di intimità e di profondità affettiva e che differiscono dai legami forti per il limitato investimento emotivo e temporale. I rapporti familiari, amicali o amorosi, ad esempio, si considerano forti; al contrario, contatti occasionali come le connessioni professionali, di studio o di vicinato sono ritenuti deboli. Ed è in un mondo estremamente accelerato e individualista come quello contemporaneo che, grazie all’impiego della tecnologia, è possibile ottimizzare il processo di creazione di legami deboli. Il tecno‑ottimista Clay Shirky sostiene, infatti, che questi siano il presupposto per un libero scambio di idee e informazioni, abbattendo confini spaziali e culturali.

Non è un caso che le prime piattaforme (da qui il termine “social network”) come le celebri LinkedIn e Facebook siano nate specificatamente per mettere in connessione persone con interessi comuni. È anche vero che, dall’inizio del secondo millennio ad oggi, le funzioni e il design delle piattaforme e, di conseguenza, le abitudini di utilizzo hanno subìto un mutamento significativo. Ad esempio, il continuo “scrollare” e “mettere mi piace” ha portato l’utente a interiorizzare il gesto e, pertanto, a ripeterlo quasi inconsciamente. Inoltre, interazioni come like, visualizzazioni, follower, commenti e condivisioni — che prima erano solamente manifestazione di gradimento — hanno rapidamente assunto un ruolo fondamentale come indice di status, oltre che come punto di partenza per una monetizzazione del contenuto.

Milioni di profili rincorrono il numero per crescere in popolarità e prestigio: più follower hai, più vali a livello socio‑economico. La complessità dei legami si riduce, dunque, a un fattore di quantità, rinnegando il tanto osannato “pochi ma buoni”. Si predilige un rapporto effimero e poco profondo tra fruitore e produttore, spesso basato su idee temporaneamente condivise, tendenze passeggere, ricerca di validazione, finta trasparenza e scarsa autenticità.
Uno scenario frequente è, ad esempio, l’uso improprio del termine “amici”, impiegato da molte figure pubbliche sui social che si rivolgono ai propri “seguaci” per esprimere gratitudine. E se un giorno quei numeri dovessero non avere più valore? Cosa rimarrebbe? Cosa potrebbe colmare quel vuoto?

La soluzione non sta nel rifiutare il progresso tecnologico e l’universo dei social media, dato che è ormai inevitabile diventarne parte integrante. Tuttavia, occorre esserlo in modo sano e consapevole, concedendosi una scrupolosa riflessione sui limiti che i legami deboli online comportano e dedicando tempo e attenzione al costruire e coltivare le relazioni oltre lo schermo.

Articolo scritto da Annalisa Perazzini

L’AI rende la democrazia migliore? Il caso Diella e la sfida del digitale

Sabato 5 settembre ha preso inizio Filo, il programma di formazione e co-progettazione nell’ambito del digitale.

La prima giornata ha ospitato il docente Gianluca Sgueo, esperto di transizione tecnologica, politica e democrazia. La sua lezione è ruotata attorno ad una domanda: la tecnologia, in particolare l’intelligenza artificiale, rende migliore la democrazia?
Questo interrogativo è sorto a seguito dell’implementazione dell’AI nei sistemi democratici e nella pubblica amministrazione. Un esempio concreto è Diella: la nuova Minister of State for Artificial Intelligence del governo albanese. Diella è un avatar generato al fine di assistere il primo ministro Edi Rama, gestendo “lei stessa” gli appalti pubblici e i finanziamenti in modo trasparente.

Ma l’AI può essere davvero compatibile con i processi democratici?
Sgueo sottolinea una contrapposizione profonda tra democrazia e AI. L’intelligenza artificiale vuole velocizzare, semplificare e ottimizzare i processi. Nasce infatti come strumento per comprendere un problema, scomporlo in unità e risolverlo nel modo più efficace possibile per l’utente. La democrazia, al contrario, è un processo lento e articolato, il cui scopo non è l’efficienza e la razionalizzazione della risposta, ma la mediazione e la sintesi dei bisogni della comunità. La differenza risulta dunque estremamente chiara: l’AI vuole risolvere i problemi, la democrazia vuole rappresentarli.

Attorno a tale contrapposizione si scontrano due visioni.
Da un lato i tecno-ottimisti, convinti che l’automazione dei processi possa contribuire positivamente, rendendo le decisioni più rapide, trasparenti e accessibili.
Dall’altro i tecno-realisti i quali invitano a guardarne invece i rischi rispetto alla libertà degli utenti, alla volatilità delle relazioni e alla crescente concentrazione di potere nelle mani delle Big Tech. In questo scenario, la lentezza della democrazia smette di essere una inefficienza da correggere e diventa la garanzia indispensabile per l’inclusione di ogni singola voce.

Articolo scritto da Ylenia Salomone

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