Il FILO conduttore

La tecnologia oggi rappresenta uno degli elementi più pervasivi nelle nostre vite. Forse sembra banale, ma oramai ogni nostra azione quotidiana, ogni nostro più semplice pensiero, si colloca all’interno di un universo nascosto, di cui molte persone conoscono poco, sia per mancanza di risorse (materiali e non solo), sia per l’assenza di opportunità che le aiutino a comprendere meglio questo mondo del Digitale.

Questa rete di connessioni che comunemente chiamiamo Internet nasce attorno agli anni ’50 del secolo scorso; eppure, inizialmente non si presentava come l’insieme di nodi e legami invisibili che oggi risulta esser più fitto e complesso che mai. Questo insieme di dispositivi hardware, canali di trasmissione e software, che permettono lo scambio di qualsiasi tipo di dato e informazione, è frutto di un progresso tecnologico sorprendente, che in pochi decenni ha portato alla nascita del ben noto World Wide Web nel 1989. Da questo momento in poi l’innovazione tecnologica è inarrestabile. Nel 1998 nasce ufficialmente Google e in breve tempo seguono chat, blog, forum fino ai primi social network, che caratterizzano la seconda fase nella storia di Internet: il Web 2.0.

Ma la rivoluzione informatica e digitale non si ferma, si passa infatti al Web 3.0, uno spazio in cui ogni persona e ogni luogo sono sempre connessi, come da un filo rosso che disegna una ragnatela tra foto, ritagli di giornale e ritratti su una lavagna. E’ in questa fase che i confini spazio-temporali sembrano scomparire del tutto, lasciando uno spazio libero da ogni vincolo per comunicare e scambiare informazioni a distanza di chilometri in pochi secondi. A tal proposito Luciano Floridi, padre della filosofia dell’informazione, conia il neologismo “Onlife” per descrivere quel connubio tra la realtà materiale e analogica e la realtà virtuale e interattiva, che ormai sembra ben rispecchiare il nuovo modo di vivere nella società contemporanea.

Tuttavia, ancora una volta il progresso sembra non volersi accontentare. Se da un lato i diversi device, come lo smartphone, erano nati come strumento per facilitare la comunicazione tra le persone, dall’altro assistiamo a un progressivo cambiamento nel modo stesso di interagire, sempre più caratterizzato da uno scambio tra l’uomo e la macchina pensante. Si può parlare di una nuova e quarta era tecnologica, il cui ruolo da protagonista spetta alla nostra nuova amica: l’Intelligenza Artificiale.

E’ chiaro quindi che la nostra vita oggi non può prescindere da questa dimensione digitale, che lo si voglia o meno. La verità è che rinunciare a comprendere e a stare al passo con questo rapido progresso rischia di escludere e isolare dal resto della società. E se l’uomo, fin dai tempi di Aristotele, viene riconosciuto come “animale sociale per natura” — concetto che verrà ripreso all’inizio del XIX secolo e fatto principio e presupposto della Sociologia — , diviene evidente la necessità d’integrazione in questo nuovo mondo.

Conoscere e comprendere il digitale è pertanto diventato un prerequisito per poter esercitare una piena cittadinanza ed essere riconosciuti nei propri diritti e doveri, che non vengono più solo esercitati all’interno del proprio Paese, ma vengono estesi a quell’ampio mondo interconnesso che si è venuto a creare.

Eppure, sebbene vengano formalmente riconosciuti attraverso documenti e carte internazionali — come il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR, Reg. UE 2016/679) sulla tutela dei dati personali e della privacy — , molti di questi diritti digitali vengono in realtà svuotati del loro valore effettivo. Pertanto, cosa garantisce a ogni cittadino — sia esso un bambino, un nonno o un giovane adulto — di poter vivere quel mondo interconnesso attraverso una piena inclusione? Come fare affinché nessuno venga escluso?

Ebbene, la risposta mi è giunta al termine del progetto FILO: l’educazione è la soluzione. Nicolò Govoni, CEO di Still I Rise, sul palco di TEDx presenta in modo chiaro la sua visione:
“Una macchina può darti ogni cosa e ogni come e può solo migliorare in entrambi. Una macchina non sarà mai in grado di rispondere al ‘perché’. E questo perché il ‘perché’ non è un’informazione, il ‘perché’ è qualcosa che ti guadagni…”

E’ con queste parole che Govoni invita a riflettere: lasciamo pure che le macchine evolvano sul cosa e sul come, ma scegliamo noi, in quanto persone, di allenare ciò che ci rende umani, insegnando a porsi le domande giuste e a dare un senso a quello che si impara.

Oggi la pedagogia insegna prima di tutto il ruolo preponderante dell’educatore nel garantire a tutti le opportunità necessarie all’acquisizione e all’esercizio di una cittadinanza piena, che riconosca l’individuo come portatore di diritti e doveri innati, universali, immutabili e soprattutto inviolabili, e che oggi più che mai devono estendersi al mondo del digitale. Tuttavia, questa cittadinanza può essere compiutamente riconosciuta solo all’interno della democrazia, la quale necessita di esprimersi nella sua complessità decisionale per garantire l’inclusione di quella che si presenta come una comunità ampia ed eterogenea. Pertanto, il professore Gianluca Sgueo evidenzia una chiara dicotomia tra la tecnologia — pensata per essere veloce, semplice e neutrale — e la democrazia, che richiede invece tempo, laboriosità e partecipazione, invitando a riflettere sulla reale possibilità della prima nel migliorare i processi decisionali della seconda.

Opportunità come il corso di formazione FILO e il Festival del Digitale Popolare, proprio come suggerisce il nome, rispecchiano appieno questa visione. L’educazione permette di conoscere e acquisire consapevolezza del digitale, sviluppando un pensiero critico per potersi muovere all’interno di quella fitta e intricata rete che è Internet senza perdersi, ma al contrario dando significato a ciò che incontriamo.

A tal riguardo, durante un incontro di FILO, Davide Casaleggio, imprenditore e politico italiano, ci ha mostrato come l’AI abbia messo in discussione ciò che prima consideravamo esclusivo dell’uomo, lasciandoci con un importante interrogativo: cosa ci rende umani? Ebbene, la risposta è arrivata nella lezione successiva con Arianna Ciracò, avvocata esperta di diritto informatico, che ha riconosciuto una responsabilità dell’uomo nell’analizzare, interpretare e dare valore ai dati che l’intelligenza artificiale ci fornisce. Ma per fare ciò c’è bisogno di qualcuno che ce lo insegni. A tal proposito Marco Bani ci ha posto una semplice quanto significativa domanda: quanto siamo in controllo della tecnologia? Risulta infatti piuttosto evidente che l’innovazione tecnologica stia procedendo alla velocità della luce e che questo comporti il rischio di perder di vista le ragioni che ci hanno spinto a sviluppare tecnologie sempre più avanzate.

Infatti, la tecnologia può diventare un supporto eccezionale per l’uomo semplificando, ottimizzando e affiancando le sue attività; tuttavia richiede un utilizzo consapevole e critico, affinché non si sostituisca all’essere umano privandolo delle sue facoltà intellettive, come la capacità di dare significato alla realtà. Pertanto, sono l’educazione e la formazione che permettono di acquisire quelle capacità e competenze necessarie per vivere pienamente il mondo digitale da cittadini attivi.

Anche durante il Festival del Digitale Popolare questo tema è stato centrale in diverse interviste, come in quella fatta ad Arianna Craviotto. La giovane doppiatrice e influencer, narrando la propria storia, ha ribadito l’importanza dell’insegnare ai giovani a riconoscere che Facebook, Tik Tok, Instagram e altri social sono solo l’espressione di un mondo fatto di apparenza e che dietro lo schermo in realtà si nascondono persone con fragilità, valori e difetti propri, ricordando che la perfezione non esiste e che bisogna esserne consapevoli, al fine di non divenire vittima delle false aspettative e speranze che spesso queste piattaforme creano.

A tal proposito, alla nostra domanda: se dovesse dare un’abitudine concreta per avere un rapporto più sano col digitale, quale sarebbe? Adriano Cacciola, psicologo e psicoterapeuta, risponde dicendo che sono l’educazione e l’accompagnamento, fin da quando si è piccoli, all’uso cosciente della tecnologia a permettere di rapportarsi con essa in modo sicuro e sano.

In conclusione, lo scetticismo che molte persone provano nei confronti della tecnologia e dell’AI non è infondato, poiché è chiaro che numerosi sono i rischi collegati ad essa. Tuttavia, la paura che i robot e le macchine possano ribellarsi all’uomo o più semplicemente rubargli il lavoro può venire meno se vengono fornite opportunità concrete di incontro e formazione, che permettano di apprendere le conoscenze e competenze indispensabili per passare dall’essere semplici attori passivi a protagonisti attivi di questo progresso.

Il progetto FILO dove fiducia, inclusione, libertà e online si incontrano — ce lo ricorda con una semplice frase:

In un mondo digitale… le PERSONE sono il futuro!

Articolo scritto da Alice Maffei

Oltre le etichette: Francesco Nicodemo racconta come la Gen Z può cambiare la politica

Il rapporto tra le nuove generazioni e la politica vive spesso di incomprensioni profonde, fatte di tentativi maldestri di dialogo da parte delle istituzioni e di una crescente disaffezione giovanile. A offrire una chiave di lettura lucida e controcorrente è Francesco Nicodemo, direttore della Fondazione FID, che nel corso di un’intervista traccia una rotta precisa per superare l’impasse: ripensare il modo in cui ci si rivolge ai ragazzi, riformare il rapporto con l’informazione e riscoprire l’attivismo vissuto nella concretezza della piazza.


Dal paternalismo alla ribellione: l’errore delle etichette


Il punto di partenza dell’analisi di Nicodemo individua l’errore più frequente commesso da chi fa politica quando cerca di intercettare la Generazione Z: un approccio fortemente paternalistico. «Trattare la Generazione Z come dei panda, mettendola dentro una riserva, categorizzandola e dandole delle magliette per poi trattarla come se fossero tutti un po’ scemi» è quanto di più insopportabile esista.
Proprio da questa tendenza a incasellare i giovani in categorie predefinite nasce la necessità di una reazione d’orgoglio. Secondo Nicodemo, di fronte a questa riduzione a stereotipo, la risposta deve essere una netta presa di distanza: «Quando vi cacciano nel recinto dei ‘giovani’, vi dovete ribellare».


Il vero nodo dell’informazione: possedere gli strumenti critici


Questo bisogno di autonomia di pensiero si lega indissolubilmente al modo in cui i ragazzi fruiscono dell’informazione e della realtà. Interrogato sul labile confine tra la semplificazione di una notizia e la sua deformazione, Nicodemo sposta l’asse della questione dal mittente al destinatario: il problema non risiede in chi confeziona la notizia, poiché l’informazione è sempre stata manipolata o distorta, ieri dai media tradizionali e oggi dai social network e dall’intelligenza artificiale.
Il vero tema centrale diventa quindi la dotazione di strumenti critici. Senza la capacità autonoma di interpretare i dati, di distinguere il vero dal falso e di discernere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, qualsiasi tentativo di comunicazione politica rischia di ridursi a mera propaganda. La sfida educativa e culturale, dunque, non è semplificare i contenuti, ma potenziare le chiavi di lettura a disposizione di chi li riceve.


Dalla community digitale alla piazza: fare comunità offline


È proprio qui che si compie il passaggio cruciale: come fare in modo che la consapevolezza critica e le comunità nate online si trasformino in una forza capace di agire nel mondo reale?
Per Francesco Nicodemo la risposta risiede nel ritorno alla fisicità dei luoghi di aggregazione. Incontrarsi nelle piazze, nei playground, nelle associazioni o negli oratori significa fare comunità in modo autentico. L’azione politica e sociale non richiede necessariamente grandi rivoluzioni teoriche, ma comincia dalle piccole cose: prendersi cura del proprio quartiere, del proprio albero, della propria strada e dei temi ambientali che toccano da vicino la vita quotidiana. Spesso a frenare i ragazzi non è la mancanza di volontà, ma una sorta di stallo iniziale, la difficoltà oggettiva nel capire come tradurre
l’interesse in un’iniziativa concreta. “Innamoratevi anche politicamente offline”
Da qui l’invito finale del direttore della Fondazione FID, che unisce la passione civile all’energia tipica della giovinezza. Se a una certa età ci si incontra e ci si muove fondamentalmente mossi dal sentimento e dal desiderio di legarsi agli altri, l’auspicio conclusivo è quello di traslare questa stessa intensità nella sfera pubblica: «Innamoratevi anche politicamente offline».
Un modo per restituire calore, partecipazione reale e significato profondo all’impegno civico.

Articolo scritto da Chaimaa El Fassini 

L’illusione dello specchio: come l’intelligenza artificiale rischia di rivalidare i nostri bias emotivi

Nell’agosto 2025 Kendra Hilty, 36 anni, coach specializzata in ADHD in Arizona, pubblica su TikTok un video che diventa l’inizio di una lunga serie: racconta di essersi innamorata dello psichiatra che la seguiva e sostiene che lui fosse consapevole dei suoi sentimenti, ma abbia continuato a tenerla in cura per anni. La storia esplode online e raggiunge milioni di persone.


Secondo il racconto di Kendra, tutto era cominciato circa quattro anni prima, quando si era rivolta a lui per il trattamento dell’ADHD. Le prime visite erano a distanza. Con il passare del tempo, però, lei sviluppa un coinvolgimento sempre più forte e comincia a leggere alcuni comportamenti del medico — una battuta, un sorriso, un commento sugli occhiali, il tono di una seduta — come possibili segnali di un interesse che andasse oltre il rapporto professionale.
Kendra racconta di avergli fatto capire più volte ciò che provava. Ma la storia è molto meno lineare di quanto possa sembrare sui social: secondo la sua stessa ricostruzione, alcune email molto affettuose non ricevettero risposta e, quando lei definì il loro rapporto “speciale”, il medico precisò che si trattava di una relazione professionale tra medico e paziente. Kendra sostiene comunque che altri comportamenti fossero ambigui e che i confini terapeutici non siano stati gestiti correttamente. Non è stato però accertato pubblicamente che il medico ricambiasse i suoi sentimenti, né è chiaro se vi siano state effettive violazioni professionali.


Ed è qui che entra Henry.
Henry non è un amico, un terapeuta o un’altra persona coinvolta nella vicenda. È il nome che Kendra dà a ChatGPT, con cui comincia a discutere della relazione e a cercare una spiegazione per ciò che sta vivendo. È attraverso queste conversazioni che racconta di essersi confrontata anche con il concetto di transfert: il fenomeno per cui sentimenti, aspettative o dinamiche emotive possono essere trasferiti dal paziente sulla figura del terapeuta.
Nella storia compare poi un’altra parola: controtransfert.
Ed è un dettaglio importante, perché online viene spesso semplificato come “il terapeuta si innamora del paziente”. Non significa questo. In psicologia indica più in generale le reazioni emotive e cognitive che il terapeuta può sviluppare nei confronti del paziente; possono essere positive, negative, consapevoli o inconsapevoli e fanno parte di qualcosa che il professionista deve riconoscere e gestire.
Kendra, invece, racconta di aver attribuito un significato particolare ad alcuni di questi elementi all’interno della propria storia.


Ed è proprio qui che il caso diventa molto più interessante di un semplice “una donna si innamora del suo psichiatra”.
Perché a un certo punto non ci sono più soltanto due persone e la difficoltà di interpretare ciò che avviene tra loro.
C’è anche una macchina alla quale vengono raccontati i fatti, selezionati inevitabilmente dal punto di vista di chi li sta vivendo, e alla quale viene chiesto di aiutarci a capire che cosa significhino.
Un chatbot non vede uno sguardo.
Non era presente nella stanza.
Non conosce ciò che l’altra persona pensava.
Conosce ciò che gli raccontiamo.

E questo apre una domanda che va molto oltre Kendra:
cosa succede quando usiamo l’intelligenza artificiale non soltanto per cercare informazioni, ma per interpretare le intenzioni delle persone che abbiamo davanti?
Può aiutarci a vedere qualcosa che non riuscivamo a nominare.
Ma può anche diventare uno specchio molto convincente delle domande, delle paure e delle convinzioni con cui siamo arrivati.


Forse è proprio questo il punto più contemporaneo di tutta la vicenda.
Non stabilire se “Henry aveva ragione”.
Ma capire quanto potere siamo disposti a dare a una risposta quando, emotivamente, abbiamo bisogno che qualcuno ci aiuti a dare un senso alla realtà.
La storia pubblica che conosciamo deriva in larga parte dal racconto di Kendra; non abbiamo quindi elementi per trasformare le sue interpretazioni in fatti accertati o per attribuire intenzioni al professionista coinvolto. PEOPLE e The Cut hanno ricostruito la vicenda a partire dai suoi video e dalle sue dichiarazioni.

Articolo scritto da Justyn Fea 

Saremo disposti ad utilizzare sempre più le nuove tecnologie, nonostante i rischi per l’ambiente?

L’IA e le nuove tecnologie rendono sicuramente il lavoro e la vita più efficienti, assegnando i compiti ripetitivi alle macchine e aiutandoci a gestire gli impegni quotidiani. Esse consentono anche diagnosi più rapide nel campo della medicina e aumentano la produttività dei trasporti grazie alla guida autonoma. Ma quali sono i rischi delle nuove tecnologie sull’ambiente? Ne siamo realmente coscienti?

IA e ambiente

Il primo problema è l’eccessivo consumo di acqua. Grandi data center, molta energia, molti calcoli eseguiti contemporaneamente generano una elevata quantità di calore. Esso va dissipato con milioni di litri di acqua che evaporano.

Purtroppo, quando si considerano i consumi, si parla di stime su modelli poiché le aziende non sono vincolate dall’obbligo di trasparenza e ci sono diverse variabili che cambiano i valori: la collocazione delle infrastrutture, il periodo di riferimento, il modo in cui sono costruiti gli impianti.

Abbiamo a disposizione dati contrastanti tra Google e OpenAI, che nel 2025 hanno riferito che una singola richiesta consuma tra 0,2 e 0,35 ml d’acqua, e un paper scritto dalla UC Riverside che ha calcolato un consumo di 8 ml di acqua per GPT-3. 

Come emerge dalle stime dell’Öko-Institute, rispetto all’alimentazione dei sistemi di raffreddamento dei data center tradizionali, per quelli dell’IA viene utilizzata il doppio dell’acqua necessaria. Si prevede che entro il 2030 l’uso globale di acqua per il raffreddamento dei data center possa quadruplicare da 175 miliardi di litri nel 2023 a 664 miliardi entro il 2030. Si puoʻ dedurre che con questa quantità di acqua si possa provvedere al fabbisogno di una città grande tre volte Milano.

In secondo luogo le nuove tecnologie richiedono una moltitudine di energia. L’addestramento dei modelli di deep learning ha bisogno di infrastrutture efficienti che funzionino senza sosta. L’elaborazione di enormi dataset e l’ottimizzazione dei parametri interni hanno come conseguenza un grande sfruttamento di energia. 

Secondo studi del MIT, Massachusetts Institute of Technology, all’aumentare delle dimensioni del modello, della durata dell’addestramento e dell’efficienza dell’hardware le emissioni sono maggiori.

L’energia viene utilizzata anche e soprattutto per le inferenze, cioè la capacità di modelli IA di riconoscere pattern e trarne delle conclusioni. La rivista MIT Technology Review ha stimato che oltre l’80% della potenza di calcolo dell’IA serve per fare previsioni o generare testo e immagini.

Guardando i dati della Banca Centrale Europea, una risposta di un tool di IA generativa consuma 10 volte più energia di una normale ricerca su Google. 

Il rapporto dell’Öko-Institute prevede consumi di energia undici volte superiori entro il 2030 rispetto a quelli del 2023. 

Un eccessivo sfruttamento di energia porta con sé impatti sulle emissioni. È difficile stimare le quantità per ora, dipendono dal bilancio tra fonti fossili e fonti rinnovabili.

L’agenzia internazionale dell’Energia ha calcolato che a livello globale il 30% di elettricità consumata dai data center ha come fonte il carbone, per il 27% l’energia rinnovabile (principalmente energia eolica, fotovoltaica e idroelettrica), per il 26% il gas naturale e il 15% il nucleare.

Il 60% dei data center si trova negli Stati Uniti e in Europa, dove si utilizzano sempre più le rinnovabili. Tuttavia Microsoft e Google hanno ammesso che le loro emissioni di recente sono aumentate. In Europa è in vigore l’AI Act che sancisce agli Stati membri la riduzione al minimo dell’impatto dell’IA sulla sostenibilità ambientale, anche se non sembra essere stato perfezionato. Invece negli Stati Uniti la regolamentazione è stata smontata dalla deregulation nel 2025.

Il 25% dei data center è collocato in Cina, in cui la produzione energetica è legata maggiormente alle fonti fossili e inquinanti.

Anche la produzione dell’hardware per l’IA aumenta le conseguenze sull’ambiente. La produzione di un chip deve operare con grandissima precisione su scale estremamente piccole, un processo per questo motivo molto energivoro, a cui va aggiunta l’energia necessaria per estrarre i minerali necessari alla produzione.

Tra il 2023 e il 2024 il consumo di energia elettrica e le emissioni di gas serra derivanti dalla produzione globale di chip sono aumentati rispettivamente del 351% e del 357%, prendendo in considerazione un rapporto di Greenpeace. Per realizzarli, occorrono i semiconduttori che sono principalmente prodotti in Asia orientale. Tuttavia al fine di creare energia viene sfruttata una grande quantità di combustibili fossili, che forniscono la maggior parte di energia elettrica in paesi come la Corea del Sud (58,5%), il Giappone (68,6%) e il Taiwan (83,1%).

Si ritiene che, continuando a progettare e produrre i chip, la domanda globale di elettricità aumenterà fino a 170 volte rispetto al 2023. Si tratta di un valore che supera l’attuale consumo di energia elettrica di tutta l’Irlanda.

Altro risultato della produzione di macchine è l’accumulo di rifiuti elettronici. A detta dell’Öko-Institute, si accumuleranno fino a cinque milioni di tonnellate di rifiuti elettronici in più entro il 2030. Ciò sarà causato dall’espansione dei data center e delle capacità dell’IA.

Telefoni e ambiente

Inizialmente la produzione degli smartphone richiede materie prime che sono principalmente estratte in modo intensivo. Si utilizzano il cobalto e il litio per produrre le batterie, il tantalio e l’oro per i circuiti e i connettori e infine la plastica e il vetro. La loro estrazione provoca impatti significativi, tra cui un alto consumo di energia, la contaminazione dell’acqua e la deforestazione. Si valuta che per produrre un singolo smartphone occorrano 70-90 kg di risorse naturali.

Successivamente si passa alla trasformazione delle materie prime in componenti per cui servono fabbriche di semiconduttori che consumano moltissima acqua ed energia. Aggiunge un contributo anche la produzione di display e batterie, responsabile di emissioni grandissime di gas serra. Swappie ha riferito che per la produzione di un solo smartphone si generino circa 80 kg di CO2.

Si continua con il terzo step, ossia il trasporto dei dispositivi e la loro distribuzione in tutto il mondo. Secondo uno studio dell’Agenzia Europea dell’Ambiente, in Europa il settore trasporti, tra cui aerei e camion, risulta responsabile di circa 1/4 dell’impronta carbonica totale e, di queste, circa il 72% viene prodotto dal trasporto su strada. In aggiunta, questi valori accrescono se i dispositivi presentano un packaging più spesso poiché hanno bisogno di più spazio. Inoltre nella maggior parte dei casi i cellulari sono assemblati in paesi diversi da quelli di vendita, perciò è necessaria una moltitudine di mezzi.

Anche l’uso del nostro dispositivo, sebbene in quantità minori, contribuisce all’impatto ambientale. L’energia per ricaricare i telefoni produce emissioni e gli aggiornamenti software e backup in cloud consumano energia dei server.

Quindi il telefono giunge alla fine della sua vita e diventa un rifiuto elettronico che non può essere riciclato. I materiali di partenza non possono essere recuperati e per di più i dispositivi non vengono sempre gettati negli appositi contenitori (RAEE) ma nei bidoni sbagliati. Di conseguenza, essi portano inquinamento all’acqua e al suolo.

Come possiamo agire per ridurre l’impatto ambientale causato dalla tecnologia digitale?

Per quanto riguarda l’IA, può essere una buona abitudine utilizzarla solo quando è davvero necessaria, come ad esempio per task monotone, e lasciare spazio a compiti più impegnativi e importanti da completare con le proprie capacità. Perciò al posto di chiedere un’informazione ad un tool, è meglio affidarsi ad un browser.

In generale è fondamentale scegliere prodotti digitali duraturi e riparabili, così da ridurre gli scarti nell’ambiente. Altri miglioramenti significativi possono essere dati dall’acquisto di dispositivi ricondizionati, in modo da diminuire i consumi e le emissioni, e lo smaltimento nei centri di raccolta RAEE nel momento in cui non sono più utilizzabili.

Articolo scritto da Dana Georgiana Melinte 

AI ha ucciso l’arte?

Dalla fotografia all’intelligenza artificiale, ogni nuova tecnologia ha messo in discussione il confine tra tecnica e creatività. Oggi, tra immagini generate da algoritmi, premi artistici e video sintetici sempre più realistici, la domanda torna con forza: l’AI sta trasformando l’arte o ci sta obbligando a ripensare cosa significhi creare?

Durante l’ultimo incontro di Filo, Marco Bani ha riportato al centro una domanda sempre più difficile da ignorare: cosa succede all’arte quando una macchina impara a creare immagini, video e opere capaci di competere con quelle prodotte dall’uomo e, soprattutto, ha ancora senso parlare di arte nello stesso modo di prima?

La domanda può sembrare esagerata, quasi costruita apposta per provocare una discussione, ma diventa meno assurda quando ci accorgiamo di quanto velocemente sia cambiato il nostro rapporto con le immagini. Fino a pochi anni fa, davanti a un’illustrazione particolarmente bella potevamo chiederci chi l’avesse disegnata, quale tecnica avesse usato e quanto tempo ci avesse messo, mentre oggi una delle prime domande è diventata un’altra: è fatta con l’intelligenza artificiale? Non è soltanto curiosità tecnica, perché dietro quella domanda ne nascondiamo una molto più difficile, cioè se un’immagine perda qualcosa nel momento in cui scopriamo che a produrla non è stata interamente una persona, una sensazione strana soprattutto perché l’immagine davanti a noi non cambia, i colori sono gli stessi, la composizione è la stessa e quello che avevamo provato guardandola pochi secondi prima dovrebbe restare invariato. Eppure, la sua origine sembra modificarne immediatamente il valore, come se conoscere il processo con cui qualcosa è stato creato cambiasse anche il nostro modo di guardarlo.

È successo in modo particolarmente evidente nel 2022, quando Jason M. Allen partecipò alla Colorado State Fair con Théâtre D’opéra Spatial, un’immagine realizzata attraverso Midjourney, uno dei primi generatori di immagini diventati popolari presso il grande pubblico. Allen vinse nella categoria dedicata all’arte digitale e la notizia provocò una discussione enorme, perché improvvisamente una domanda che fino a quel momento era rimasta confinata nei laboratori di ricerca e nelle community online entrava in un concorso d’arte: se una persona descrive un’immagine a una macchina, genera molte versioni, le confronta, modifica le istruzioni, sceglie quella che considera migliore e continua a lavorarci, chi è l’autore?

Allen non descrisse un singolo comando seguito da un risultato perfetto, nei documenti che ricostruiscono il suo lavoro spiegò di avere iterato almeno 624 volte tra revisioni e prompt, poi di avere lavorato sull’immagine con Photoshop e di averla ingrandita con Gigapixel AI. Allen ha fatto delle scelte e costruito progressivamente il risultato che voleva ottenere, ma per molti questo non bastava, perché mancava quello che siamo abituati a considerare il gesto artistico, la mano che disegna, dipinge, fotografa o modella direttamente la materia.

Nel mezzo delle polemiche Allen pronunciò una frase destinata a diventare quasi più famosa dell’opera stessa: “Art is dead, dude. It’s over. A.I. won. Humans lost.” L’arte è morta. L’intelligenza artificiale ha vinto. Gli esseri umani hanno perso. È una frase perfetta per Internet, perché trasforma una questione complicata in una battaglia con un vincitore e uno sconfitto, ma forse il problema è proprio pensare che debba esserci necessariamente una competizione tra noi e la macchina, come se la creatività fosse una partita e l’arrivo di uno strumento capace di generare immagini significasse automaticamente che qualcuno debba smettere di crearle. In realtà, non è nemmeno la prima volta che una tecnologia viene accusata di mettere in pericolo l’arte, perché quasi due secoli prima di Midjourney, Charles Baudelaire guardava con sospetto un’altra macchina capace di produrre immagini con una facilità e una precisione che sembravano impossibili fino a pochi anni prima: la macchina fotografica.

Nel Salon del 1859 Baudelaire scriveva parole durissime sulla fotografia e sul pubblico che la stava accogliendo con entusiasmo, arrivando a descrivere l’industria fotografica come il “rifugio di tutti i pittori mancati”. La fotografia, secondo lui, poteva essere utilissima per conservare ciò che rischiava di scomparire, documentare luoghi, oggetti, opere e informazioni, ma diventava pericolosa quando pretendeva di occupare lo stesso spazio dell’arte, perché l’arte non consisteva semplicemente nel riprodurre con precisione ciò che abbiamo davanti agli occhi. Per Baudelaire l’immaginazione aveva un ruolo centrale, perché l’artista non era una macchina incaricata di copiare il mondo, ma qualcuno capace di attraversarlo, deformarlo, ricordarlo e trasformarlo, mentre il sogno, l’impalpabile, ciò che non esiste ancora e forse non esisterà mai erano territori dell’arte proprio perché non potevano essere ridotti a una registrazione perfetta della realtà. La fotografia sembrava strappare quel velo e consegnare all’osservatore un momento realmente accaduto, fermato dalla luce e dalla macchina.

Vista da oggi, questa paura fa quasi sorridere, perché la fotografia non ha ucciso la pittura e i fotografi non sono diventati semplicemente pittori falliti con uno strumento più facile tra le mani. È successo qualcosa di molto più interessante: la pittura ha iniziato a chiedersi che cosa potesse fare ora che non era più l’unico modo per rappresentare il mondo, mentre la fotografia ha costruito un proprio linguaggio, una propria cultura e un proprio modo di raccontare la realtà, ed è difficile non vedere qualcosa di familiare nella discussione che stiamo vivendo oggi.

L’intelligenza artificiale, però, aggiunge un elemento ancora più strano, perché se la fotografia aveva sconvolto l’arte mostrando la realtà con una precisione nuova, l’AI può sconvolgerla facendo quasi il contrario: non ha bisogno che il momento rappresentato sia mai accaduto, può mostrarci una città che non esiste, una persona che non è mai nata o una scena che nessuna macchina fotografica avrebbe potuto fotografare, e può farlo partendo da poche parole scritte su uno schermo.

In questo senso, uno dei simboli più interessanti della storia recente dell’intelligenza artificiale non è un’opera esposta in un museo e nemmeno un’immagine premiata in un concorso, ma Will Smith che mangia gli spaghetti. Nel 2023 cominciò a circolare online un breve video generato con l’intelligenza artificiale nel quale una versione sintetica di Will Smith cercava di mangiare un piatto di spaghetti, con un risultato inquietante e comico allo stesso tempo: il volto cambiava forma, la bocca sembrava fondersi con il cibo, le mani apparivano e scomparivano e gli spaghetti sembravano avere una propria volontà. Non serviva essere esperti di intelligenza artificiale per capire che qualcosa non funzionava, bastavano pochi secondi per riconoscere che quello non era il mondo reale.

Quel video, nato quasi come una curiosità, è diventato negli anni una specie di test informale per osservare i progressi dei generatori video, perché ogni nuova generazione di modelli prova a rifare scene simili e ogni volta gli errori diminuiscono, i movimenti diventano più credibili, i volti più stabili e la luce più coerente, fino al punto in cui la cosa interessante non è più ridere di quanto sia incapace una macchina di rappresentare un uomo che mangia gli spaghetti, ma domandarsi quanto tempo ci separi dal momento in cui non troveremo più nulla da ridere. Per questo si può pensare al video di Will Smith quasi come a un nuovo test di Turing, naturalmente in senso metaforico: Alan Turing immaginava una situazione nella quale, conversando attraverso una macchina, sarebbe diventato difficile capire se dall’altra parte ci fosse un essere umano oppure un computer, mentre oggi stiamo portando una domanda simile nel territorio delle immagini, chiedendoci non più soltanto se una macchina sappia parlare come noi, ma se sappia costruire qualcosa che i nostri occhi accettano come reale.

E forse proprio qui la domanda “l’AI ha ucciso l’arte?” diventa meno interessante di un’altra: cosa succede all’arte quando creare immagini diventa facilissimo?

Per secoli una parte enorme del valore attribuito all’artista è stata legata anche alla difficoltà tecnica del fare: imparare a disegnare un volto, dipingere la luce, scolpire un corpo, usare una macchina fotografica, montare un film o animare una scena richiede tempo, esercizio e spesso anni di errori. Con l’intelligenza artificiale una parte di questa distanza tra immaginare e produrre si riduce enormemente, perché una persona che non sa disegnare può visualizzare un’idea, chi non ha una troupe cinematografica può costruire uno storyboard e chi non ha mai studiato animazione può iniziare a sperimentare con immagini in movimento. C’è qualcosa di profondamente positivo in questa possibilità, perché significa che molte idee prima bloccate dalla mancanza di mezzi possono finalmente assumere una forma, la creatività non appartiene soltanto a chi possiede una tecnica perfetta e rendere gli strumenti più accessibili permette a più persone di raccontare qualcosa. Ma proprio questa facilità crea un problema nuovo: se tutti possiamo produrre immagini bellissime in pochi secondi, una bella immagine smette automaticamente di essere interessante?

Una ricerca pubblicata nel 2024 su Science Advances da Anil Doshi e Oliver Hauser ha mostrato qualcosa che racconta bene questa contraddizione: in un esperimento con 293 scrittori, l’uso dell’intelligenza artificiale generativa aiutava gli scrittori a produrre racconti giudicati individualmente più creativi, soprattutto nel caso di chi partiva con minori capacità creative, ma allo stesso tempo i racconti prodotti con l’aiuto dell’AI tendevano a diventare più simili tra loro. Lo strumento poteva quindi aiutare il singolo, mentre a livello collettivo rischiava di ridurre la varietà. È forse una delle contraddizioni più importanti dell’AI creativa: può permetterci di fare più cose e, nello stesso momento, spingerci verso le stesse cose. Se milioni di persone usano strumenti costruiti sugli stessi modelli, chiedono immagini attraverso formule simili e scelgono i risultati che corrispondono agli stessi gusti visivi, il rischio non è necessariamente che smetteremo di creare, ma che cominceremo a farlo tutti nello stesso modo, producendo immagini perfette, illuminate perfettamente, composte perfettamente e, dopo averne viste mille, stranamente dimenticabili.

È qui che Baudelaire torna a essere interessante, anche se non poteva naturalmente prevedere nulla di simile all’intelligenza artificiale, perché la sua critica alla fotografia conteneva un errore evidente, dato che la fotografia sarebbe diventata una forma d’arte enorme, ma conteneva anche un’intuizione che oggi possiamo rileggere: possedere una tecnologia capace di produrre immagini non significa automaticamente avere qualcosa da dire.

Forse il cambiamento più grande prodotto dall’AI sarà proprio questo: quando produrre diventa facile, scegliere diventa difficile. Quando possiamo generare cento immagini in pochi minuti, il gesto creativo non scompare, ma si sposta anche nella capacità di riconoscere quella che vale la pena tenere, capire perché funziona, modificarla, rifiutare le altre novantanove e soprattutto chiedersi se abbiamo davvero bisogno di generarne un’altra. L’artista del futuro potrebbe quindi non essere definito soltanto dalla capacità tecnica di realizzare qualcosa, ma dalla capacità di costruire un punto di vista in mezzo a una quantità praticamente infinita di possibilità, con un valore che potrebbe trovarsi meno nel dimostrare “guarda cosa sono capace di produrre” e sempre di più nel poter dire “tra tutto ciò che avrei potuto produrre, ho scelto di mostrarti questo”.

Questo non significa che la tecnica smetterà di avere valore, né che l’intelligenza artificiale renderà automaticamente tutti artisti, significa piuttosto che ci costringerà a distinguere sempre meglio tra produzione e creazione, tra un’immagine che esiste perché poteva essere generata e un’immagine che esiste perché qualcuno sentiva la necessità di farla esistere. Non possiamo scegliere un futuro nel quale l’intelligenza artificiale semplicemente non esiste, perché la incontreremo mentre studiamo, lavoriamo, scriviamo, progettiamo, ascoltiamo musica, guardiamo film e navighiamo online, spesso senza nemmeno renderci conto che è presente, e per questo pensare di difendere la creatività evitando qualsiasi contatto con l’AI rischia di essere tanto irrealistico quanto sarebbe stato, nell’Ottocento, provare a salvare la pittura facendo scomparire la fotografia.

La scelta che rimane, però, riguarda il modo in cui vogliamo interagire con questi strumenti: possiamo usarli per evitare la fatica di avere idee oppure per dare una forma a idee che prima non riuscivamo a realizzare, possiamo accettare la prima immagine che compare sullo schermo oppure continuare a cercare qualcosa che ci assomigli davvero, possiamo lasciare che la macchina riempia ogni spazio vuoto oppure ricordarci che proprio quello spazio, il momento in cui non sappiamo ancora cosa fare, in cui proviamo, sbagliamo, cancelliamo e ricominciamo, è sempre stato una parte fondamentale della creazione.

Forse allora l’intelligenza artificiale non ha ucciso l’arte, ma sta cambiando il nostro rapporto con essa, soprattutto se cominciamo a pensare che creare sia diventato inutile perché una macchina lo fa più velocemente. Il vero rischio non è che l’AI impari a disegnare meglio di noi, a scrivere meglio di noi o a generare un video di Will Smith che mangia spaghetti senza deformargli il volto, ma guardare quella macchina e decidere che, visto che può creare al nostro posto, noi possiamo smettere di farlo. Non dobbiamo essere creativi perché gli esseri umani saranno sempre tecnicamente migliori delle macchine, perché in molti campi potrebbe non essere così, dobbiamo continuare a esserlo perché creare è uno dei modi attraverso cui proviamo a capire ciò che vediamo, raccontiamo quello che non sappiamo spiegare direttamente, trasformiamo esperienze in immagini, parole, suoni e forme e lasciamo qualcosa di noi agli altri.

Interagire con l’intelligenza artificiale sarà quasi inevitabile, smettere di creare, invece, rimane una scelta. E allora, mentre le macchine imparano a produrre immagini, testi, musica e video sempre più convincenti, forse la risposta non è cercare disperatamente qualcosa che soltanto un essere umano sarà capace di fare per sempre, ma continuare a fare cose perché sentiamo il bisogno di farle, anche quando non siamo i più veloci, anche quando non sono perfette, anche quando una macchina potrebbe produrne cento nello stesso tempo.

Non smettiamo di creare, non per dimostrare di essere migliori dell’intelligenza artificiale, ma per non smettere di essere umani.

Articolo scritto da Debanhi Loana Garcia Reyes 

AstraLinx: scoprire il digitale, viaggiando tra le stelle

“La tecnologia non è né buona né cattiva, né è neutrale” scriveva lo storico Melvin Kranzberg. Ed è proprio questo il motivo per cui conoscerla conta, se la tecnologia non è neutrale, chi non la comprende subisce scelte fatte da altri, spesso senza accorgersene. Non sapere come funziona un algoritmo, una truffa online o un’intelligenza artificiale significa lasciare che siano altri a decidere cosa vediamo, cosa crediamo, cosa compriamo. Per questo imparare a conoscere il mondo digitale, oggi, è una forma di autodifesa e insieme di libertà.

Eppure c’è un paradosso che chi si occupa di tecnologia conosce bene: il mondo digitale corre verso il futuro, ma gli strumenti per comprenderlo sembrano arrivare dal passato. Chi insegna continua a produrre contenuti pensati per chi già sa, mentre chi non ha mai affrontato l’argomento resta fuori, escluso da un linguaggio che pare fatto apposta per essere incomprensibile. 

Da questa contraddizione nasce AstraLinx.

Un’idea nata da una distanza

Per accorgersi di quanto sia ampio il divario digitale non serve cercare lontano. Basta pensare alle persone che faticano con i servizi online della pubblica amministrazione, o a chi usa ogni giorno decine di app senza chiedersi cosa accada dietro lo schermo.

Non è un problema in sé: conviviamo continuamente con oggetti che non comprendiamo fino in fondo. Con la tecnologia, però, la distanza tra chi produce e chi utilizza è enorme, e un utente curioso farà molta fatica per potersi anche solo avvicinare a quel mondo. 

Nel 1973, Clarke affermava: “Qualunque tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia.” 

Ma la magia, se resta incompresa, ci riduce a spettatori invece che protagonisti e uno spettatore, per quanto affascinato, non ha mai il controllo completo di ciò che guarda.

Vale dunque la pena affrontare il problema da una prospettiva diversa: insegnare il digitale usando il digitale, trasformando lo studio in un momento coinvolgente anziché in un obbligo. Questa scelta nasce dalla convinzione che si impara meglio ciò che si vive, non ciò che si subisce passivamente su una pagina fitta di testo.

Da lezioni ad avventura

AstraLinx prende argomenti che spesso intimidiscono, come la sicurezza online, la democrazia digitale e l’intelligenza artificiale, e li trasforma in un’avventura spaziale. Non si tratta di un classico manuale, ma di un insieme di elementi interattivi che rendono protagonista l’utente

Nel tempo la pedagogia ha dimostrato che si dimentica ciò che si ascolta, ma si ricorda ciò che si fa. Ogni lezione completata lascia qualcosa di più di una nozione da ripetere a memoria, perché ogni tappa è pensata per essere compresa e non soltanto superata. Come in ogni buon viaggio, il percorso conta quanto la meta.

Nessuno resta indietro

Uno dei principi a cui teniamo maggiormente è l’inclusione. AstraLinx nasce per far dialogare generazioni agli antipodi perchè il divario digitale non ha età, riguarda chiunque non abbia ancora trovato gli strumenti giusti per orientarsi.

Ci piace pensare che con il giusto impegno, anche un piccolo gruppo di persone possa cambiare il mondo e che un ponte tra generazioni sia uno di quei cambiamenti che, sommati, contano. Non si tratta esclusivamente di insegnare alle persone anziane come fare lo SPID, ma di restituire conoscenza a chi, per anni, si è sentito escluso da un mondo che sembrava accessibile solo ai cosiddetti “nativi digitali”. 

E allo stesso tempo, si tratta di ricordare ai più giovani che la tecnologia non basta saperla usare: bisogna anche saperla raccontare, spiegare e condividere.

Per questo i corsi si possono anche scaricare e seguire offline, completando ciascuna lezione con il proprio ritmo.

Oltre lo studio

L’app non si ferma alla formazione. Un hub di notizie sul mondo tech, scritte dal nostro team e da altre fonti, permette di restare sempre aggiornati senza setacciare decine di siti. L’idea è che chi usa AstraLinx non si limiti a imparare le basi, ma continui a nutrire la propria curiosità nel tempo, con contenuti sempre nuovi e aggiornati.

Nella sezione profilo si possono trovare dove ritrovare le proprie statistiche: corsi completati, ore di studio, badge. Ma anche personalizzare la propria esperienza con strumenti per l’accessibilità.

Perché le stelle

Non è un caso che abbiamo scelto lo spazio come immaginario. Diceva il Piccolo Principe: “non si vede bene che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi”. Forse è questo il senso più profondo dell’alfabetizzazione digitale: imparare a vedere ciò che sta dietro lo schermo, capire i meccanismi invisibili che regolano ciò che usiamo ogni giorno, senza fermarsi alla superficie luccicante delle app. E chissà, magari un giorno sentiremo le app raccontarci la loro storia, come le stelle ridevano insieme il Piccolo Principe.

Conoscere il digitale è un po’ come esplorare lo spazio: un territorio vasto, in continua espansione, che si scopre un passo alla volta, senza fretta di arrivare da nessuna parte in particolare. Ogni stella è una nuova nozione, ogni costellazione un insieme di competenze che si legano tra loro fino a formare qualcosa di più grande. E come nello spazio, anche qui non esiste davvero un punto di arrivo: c’è solo la direzione in cui si sceglie di guardare.

Un’app in continua crescita

Se c’è una cosa che abbiamo imparato costruendo AstraLinx è che il digitale non si impara una volta per tutte: cambia continuamente, e chi smette di essere curioso rischia di restare indietro, qualunque età abbia. La tecnologia si evolve più in fretta di quanto riusciamo a starle dietro, e proprio per questo la vera competenza digitale non è sapere tutto, ma sapere come continuare a imparare.

Lo stesso vale per AstraLinx: è un progetto giovane, che cresce insieme a chi lo usa, con nuovi contenuti e nuove idee lungo la strada. L’importante è continuare a guardare in alto e a farsi domande.

Articolo scritto da Aurora Baldovino e Simone Di Lella

Tecnologia e geopolitica: la trasformazione digitale del potere globale

La trasformazione digitale rappresenta oggi una delle principali forze di cambiamento del sistema internazionale. Come emerso durante l’incontro di Filo con Marco Bani, esperto di innovazione digitale, politiche pubbliche e intelligenza artificiale, la tecnologia non può essere considerata soltanto come un insieme di strumenti, ma come un fattore capace di modificare le strutture economiche, sociali e politiche.


In senso ampio, la tecnologia comprende gli strumenti e le conoscenze sviluppati per risolvere problemi e raggiungere determinati obiettivi. La sua relazione con il potere è quindi storicamente consolidata. Le infrastrutture dell’Impero romano, la stampa a caratteri mobili di Gutenberg e la Rivoluzione industriale mostrano come un’innovazione possa aumentare la capacità di uno Stato o di una società di organizzare risorse, diffondere conoscenza e influenzare altri attori. Analogamente, nel Novecento, lo sviluppo delle tecnologie nucleari e la competizione spaziale tra Stati Uniti e Unione Sovietica dimostrarono quanto la capacità tecnologica fosse strettamente legata alla potenza internazionale. Nel XXI secolo questa relazione assume una nuova dimensione attraverso la digitalizzazione. Dati, semiconduttori, infrastrutture di rete, cloud computing e intelligenza artificiale sono diventati risorse strategiche.

La competizione tecnologica tra le principali potenze influenza non solo l’innovazione, ma anche le catene globali del valore, il commercio internazionale e la sicurezza. La geopolitica digitale e l’economia internazionale risultano pertanto sempre più interdipendenti. L‘intelligenza artificiale costituisce uno degli esempi più significativi. Dal lavoro pionieristico di Alan Turing ai sistemi contemporanei, lo sviluppo dell’AI ha progressivamente superato il campo della ricerca informatica, producendo conseguenze sul lavoro, sull’informazione, sulla sicurezza e sui processi decisionali.

La diffusione di sistemi generativi introduce inoltre nuove questioni relative alla disinformazione, alla produzione di contenuti artificiali e alla distribuzione dei benefici economici derivanti dall’automazione.
Questi sviluppi pongono un problema di governance internazionale. Tecnologie e dati attraversano i confini nazionali, mentre le normative rimangono prevalentemente organizzate a livello statale o regionale. Diventa quindi necessario sviluppare forme di cooperazione internazionale e standard condivisi, attraverso cui affrontare questioni relative alla sicurezza, all’interoperabilità, alla gestione dei dati e all’intelligenza artificiale.

Le organizzazioni internazionali possono offrire spazi neutrali di dialogo, contribuendo a ridurre il rischio di una crescente frammentazione dell’ecosistema digitale. Particolare attenzione riguarda inoltre il Sud globale, che non dovrebbe essere considerato soltanto come destinatario della trasformazione digitale. L’accesso alle infrastrutture, all’istruzione tecnologica, alla ricerca e all’innovazione può diventare uno strumento di sviluppo e di maggiore autonomia. La cooperazione con grandi potenze tecnologiche, tra cui Stati Uniti e Cina, può quindi rappresentare un’opportunità, a condizione che sia accompagnata dalla costruzione di competenze e capacità locali.

La questione centrale non è dunque soltanto quanto la tecnologia possa trasformare il mondo, ma come questa trasformazione venga governata e distribuita. Lo sviluppo tecnologico produce effetti che superano la dimensione economica e sociale, incidendo direttamente sulla distribuzione del potere e sulle relazioni tra gli Stati. Comprendere la geopolitica contemporanea richiede quindi di considerare la tecnologia non come un elemento esterno alla politica internazionale, ma come una delle sue nuove dimensioni strutturali.

Articolo scritto da Chaimaa El Fassihi

Il legame tra IA, potere, lavoro e arte

L’ultima lezione di Filo ha visto come ospite Marco Bani, responsabile degli Affari istituzionali presso il Senato della Repubblica ed esperto di innovazione digitale. Il suo intervento si è focalizzato sul legame tra intelligenza artificiale, potere, lavoro e arte.

L’intelligenza artificiale si configura prima di tutto come uno straordinario strumento di potere. A questo proposito, Bani ha richiamato la definizione di Marvin Minsky, oggi più attuale che mai: “l’intelligenza artificiale è la scienza di far fare alle macchine cose che richiederebbero intelligenza se fossero fatte dagli uomini”. Poiché ogni tecnologia rende alcune azioni possibili e altre impossibili, essa distribuisce quote di potere. Sul piano geopolitico, questo si traduce in uno scontro aperto tra due superpotenze: Stati Uniti e Cina. Entrambe competono per il monopolio delle materie prime, dei chip e delle schede GPU necessarie per l’addestramento dei modelli, delle infrastrutture e dei migliori talenti.

L’Europa ha invece scelto di non competere sul piano dello sviluppo tecnologico ed economico, ma di puntare sulla regolamentazione. Attraverso strumenti come l’AI Act, l’Unione Europea mira a garantire un uso protetto della tecnologia per i cittadini, vietando ad esempio il social scoring, la valutazione automatizzata degli utenti in base ai loro comportamenti. Una pratica, invece, ampiamente diffusa in Cina, dove il rispetto delle norme statali determina il punteggio di affidabilità del cittadino, fino a limitarne i diritti fondamentali, quali la libertà di viaggiare o uscire dal Paese in caso di punteggi troppo bassi. Dalla geopolitica, Bani sposta il focus sul mercato del lavoro e sulle sue prospettive future.

La sua visione propone una prospettiva differente e particolarmente interessante. L’AI può essere impiegata per automatizzare i lavori usuranti e alienanti, “liberando” i lavoratori affinché possano dedicarsi a mansioni più complesse, stimolanti e ad alto valore aggiunto. Il vero nodo critico non è dunque la scomparsa del lavoro, ma la tenuta delle posizioni entry-level. Oggi l’addestramento e la gestione dei sistemi di AI richiedono competenze prevalentemente senior, rendendo sempre più difficile l’ingresso dei neo-laureati nel mercato del lavoro. Senza però la possibilità di formare i giovani sul campo, la futura classe di esperti rischia di estinguersi.

La risposta sfida risiede, secondo Bani, nell’investimento sull’istruzione e sulla formazione continua. Infine, l’intervento di Bani ha toccato il rapporto tra intelligenza artificiale e arte, mettendo in discussione il concetto stesso di creatività nell’era dei modelli generativi.

Se le macchine sono ormai in grado di produrre immagini, musiche e testi stilisticamente impeccabili ricombinando miliardi di dati preesistenti, l’arte umane risulta di conseguenza “obsoleta”? È tuttavia necessario considerare che la vera creazione artistica non risiede nella perfezione dell’opera, ma nell’intenzione, nell’esperienza vissuta e nella capacità di suscitare emozioni. L’AI non rende quindi l’uomo obsoleto, ma mostra come queste due entità comunichino differentemente tramite l’arte. L’AI calcola l’opera perfetta, l’uomo esprime ciò che ha realmente vissuto e sentito.

Articolo scritto da Ylenia Salomone

Sappiamo davvero usare l’IA in modo consapevole? 

Nella nostra realtà, l’intellegenza artificiale si presenta, per certi aspetti, in modo “pericoloso”, possiamo dire, in diversi settori: studio, lavoro, ricerca, traduzione, scrittura e persino nelle nostre riguardo ai contenuti che vogliamo seguire. Tutto questo può comportare rischi, ma anche vantaggi. La domanda principale, però, è: Sappiamo davvero usare l’IA in modo consapevole ?   

Nella domanda precedente troviamo due parole chiave: IA e consapevole. La prima è stata definita dal Parlamento europeo come la capacità di un sistema di mostrare abilità  tipicamente umane, quali il ragionamento, l’apprendimento, la pianificazione e la creatività.

Dall’altra parte troviamo la parola “consapevole” , che significa essere informati riguardo a un fatto, essere coscienti di una situazione e agire in modo responsabile.

Fare affidamento ciecamento sull’intelligenza artificiale nel prendere decisione o raggiungere  informazioni incerte può essere rischioso se non si verificano i risultati.

Uno dei motivi principali che spinge le persone a utilizzare l’intelligenza artificiale è la velocità di esecuzione, poiché consente di risparmiare tempo automatizzando attività ripetitive, scrivere testi e analizzare dati in pochi secondi. Molti vi ricorrono anche per ottenere risposte rapide o consigli iniziali in diversi ambiti, come la salute o per prendere decisioni quotidiane. Inoltre viene utilizzata come strumento per semplificare la vita di tutti i giorni, organizzando gli impegni, cercando informazioni, gestendo con facilità le attività domestiche e lavorative, fornendo strumenti di supporto alla programmazione, alla traduzione istantanea, alla risoluzione di problemi e altro ancora.

Nonostante tutti questi vantaggi, come velocità, semplicità e indipendenza, un’eccessiva e inconsapevole dipendenza dalla tecnologia, unita alla mancata osservanza di determinate condizioni – tra cui, e forse soprattutto, la verifica dei risultati e la protezione dei dati personali – comporta una serie di rischi. Uno dei rischi principali è la perdita graduale di alcune capacità mentali. Se ci abituiamo a lasciare che siano le macchine a pensare e a risolvere i problemi al posto nostro, possiamo usare sempre meno il pensiero critico, la creatività e la capacità di trovare soluzioni da soli. Può anche diminuire la voglia di imparare, approfondire e fare ricerche. 

Ci sono poi altri rischi, come la diffusione di informazioni private o riservate, la perdita della privacy e un possibile isolamento sociale.

Da qui nasce una domanda importante: Se deleghiamo continuamente all’AI il compito di pensare, scrivere e scegliere, quale spazio rimane per il nostro giudizio personale?

L’uso consapevole dell’intelligenza artificiale (IA) non significa rifiutare o prendere le distanze dalla tecnologia, bensì saperla utilizzare in modo critico e responsabile. È qui che entra in gioco l’importanza dell’alfabetizzazione digitale, ovvero l’acquisizione delle competenze per interagire con la tecnologia e le informazioni digitali, comprenderle e valutarle, insieme all’alfabetizzazione sull’IA, che aiuta gli utenti a comprendere le capacità e i limiti dell’IA e a gestire i suoi risultati in modo consapevole.

Pertanto, il mio ruolo come utente non termina con la ricezione di una risposta dall’IA; inizia proprio lì. Devo chiedermi: da dove proviene questa informazione? Posso verificarne l’accuratezza? L’IA ha compreso correttamente la domanda e il contesto? È sufficiente affidarsi a una singola fonte per giungere a una conclusione, oppure è opportuno confrontarla con altre fonti? Porsi queste domande ci permette di passare dal semplice utilizzo della tecnologia a un utilizzo consapevole, garantendo che l’IA rimanga uno strumento per accedere alla conoscenza senza sostituire la nostra capacità di pensare, analizzare e giudicare.

Un chiaro esempio dei rischi derivanti dall’utilizzo della tecnologia senza la dovuta diligenza si può trovare in alcune delle truffe che hanno accompagnato l’ascesa degli investimenti in criptovalute. Uno dei casi più noti è quello di BitConnect, una piattaforma di investimento in criptovalute che ha guadagnato grande popolarità tra il 2017 e il 2018. La piattaforma promuoveva un programma di investimento e affermava che uno speciale sistema di trading poteva generare alti rendimenti per gli investitori. Tuttavia, le autorità statunitensi hanno successivamente rivelato che il sistema si basava su un modello fraudolento, in cui i fondi dei nuovi investitori venivano utilizzati, in parte, per pagare i rendimenti ai precedenti investitori: uno schema Ponzi.

I social media e i video sono stati utilizzati per promuovere la piattaforma e convincere più persone a investire. Secondo il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, gli investitori sono stati indotti a investire oltre 2 miliardi di dollari in BitConnect.

Questo caso dimostra che l’emergere di un’opportunità di investimento legata a una nuova tecnologia non significa necessariamente che sia sicura o affidabile. Sottolinea inoltre l’importanza di non prendere una decisione finanziaria basandosi unicamente su promesse di profitto o sull’ampia presenza online del progetto, ma piuttosto di comprendere la natura dell’investimento, verificare chi c’è dietro e i rischi associati prima di prendere una decisione.

Questo esempio ci porta quindi a una riflessione più ampia: possiamo attribuire tutta la responsabilità all’utente oppure anche le aziende e la società devono avere un ruolo nel garantire un uso più consapevole e responsabile della tecnologia?

Quando si parla di uso responsabile dell’intelligenza artificiale, non si può addossare l’intera responsabilità all’utente. Gli individui sono responsabili di come utilizzano questi strumenti e di quanta fiducia ripongono nei loro risultati, ma anche le aziende hanno la responsabilità di essere trasparenti e di chiarire i limiti delle proprie tecnologie e le modalità di utilizzo dei dati degli utenti. Anche scuole, università e media hanno un ruolo da svolgere nella sensibilizzazione. Come possiamo aspettarci che gli utenti utilizzino la tecnologia in modo responsabile senza fornire loro le conoscenze e gli strumenti necessari? 

Pertanto, la consapevolezza tecnologica rimane una responsabilità condivisa tra individui, aziende e società.

Il futuro non si riduce necessariamente a una scelta tra “usare l’IA” o “non usarla”, ma la questione più importante è come utilizzarla senza rinunciare al nostro giudizio, al nostro pensiero critico e alla nostra responsabilità.Consapevolezza nell’uso quotidiano dell’IA 

Nella nostra realtà, l’intellegenza artificiale si presenta, per certi aspetti, in modo “pericoloso”, possiamo dire, in diversi settori: studio, lavoro, ricerca, traduzione, scrittura e persino nelle nostre riguardo ai contenuti che vogliamo seguire. Tutto questo può comportare rischi, ma anche vantaggi. La domanda principale, però, è: Sappiamo davvero usare l’IA in modo consapevole ?   

Nella domanda precedente troviamo due parole chiave: IA e consapevole. La prima è stata definita dal Parlamento europeo come la capacità di un sistema di mostrare abilità  tipicamente umane, quali il ragionamento, l’apprendimento, la pianificazione e la creatività.

Dall’altra parte troviamo la parola “consapevole” , che significa essere informati riguardo a un fatto, essere coscienti di una situazione e agire in modo responsabile.

Fare affidamento ciecamento sull’intelligenza artificiale nel prendere decisione o raggiungere  informazioni incerte può essere rischioso se non si verificano i risultati.

Uno dei motivi principali che spinge le persone a utilizzare l’intelligenza artificiale è la velocità di esecuzione, poiché consente di risparmiare tempo automatizzando attività ripetitive, scrivere testi e analizzare dati in pochi secondi. Molti vi ricorrono anche per ottenere risposte rapide o consigli iniziali in diversi ambiti, come la salute o per prendere decisioni quotidiane. Inoltre viene utilizzata come strumento per semplificare la vita di tutti i giorni, organizzando gli impegni, cercando informazioni, gestendo con facilità le attività domestiche e lavorative, fornendo strumenti di supporto alla programmazione, alla traduzione istantanea, alla risoluzione di problemi e altro ancora.

Nonostante tutti questi vantaggi, come velocità, semplicità e indipendenza, un’eccessiva e inconsapevole dipendenza dalla tecnologia, unita alla mancata osservanza di determinate condizioni – tra cui, e forse soprattutto, la verifica dei risultati e la protezione dei dati personali – comporta una serie di rischi. Uno dei rischi principali è la perdita graduale di alcune capacità mentali. Se ci abituiamo a lasciare che siano le macchine a pensare e a risolvere i problemi al posto nostro, possiamo usare sempre meno il pensiero critico, la creatività e la capacità di trovare soluzioni da soli. Può anche diminuire la voglia di imparare, approfondire e fare ricerche. 

Ci sono poi altri rischi, come la diffusione di informazioni private o riservate, la perdita della privacy e un possibile isolamento sociale.

Da qui nasce una domanda importante: Se deleghiamo continuamente all’AI il compito di pensare, scrivere e scegliere, quale spazio rimane per il nostro giudizio personale?

L’uso consapevole dell’intelligenza artificiale (IA) non significa rifiutare o prendere le distanze dalla tecnologia, bensì saperla utilizzare in modo critico e responsabile. È qui che entra in gioco l’importanza dell’alfabetizzazione digitale, ovvero l’acquisizione delle competenze per interagire con la tecnologia e le informazioni digitali, comprenderle e valutarle, insieme all’alfabetizzazione sull’IA, che aiuta gli utenti a comprendere le capacità e i limiti dell’IA e a gestire i suoi risultati in modo consapevole.

Pertanto, il mio ruolo come utente non termina con la ricezione di una risposta dall’IA; inizia proprio lì. Devo chiedermi: da dove proviene questa informazione? Posso verificarne l’accuratezza? L’IA ha compreso correttamente la domanda e il contesto? È sufficiente affidarsi a una singola fonte per giungere a una conclusione, oppure è opportuno confrontarla con altre fonti? Porsi queste domande ci permette di passare dal semplice utilizzo della tecnologia a un utilizzo consapevole, garantendo che l’IA rimanga uno strumento per accedere alla conoscenza senza sostituire la nostra capacità di pensare, analizzare e giudicare.

Un chiaro esempio dei rischi derivanti dall’utilizzo della tecnologia senza la dovuta diligenza si può trovare in alcune delle truffe che hanno accompagnato l’ascesa degli investimenti in criptovalute. Uno dei casi più noti è quello di BitConnect, una piattaforma di investimento in criptovalute che ha guadagnato grande popolarità tra il 2017 e il 2018. La piattaforma promuoveva un programma di investimento e affermava che uno speciale sistema di trading poteva generare alti rendimenti per gli investitori. Tuttavia, le autorità statunitensi hanno successivamente rivelato che il sistema si basava su un modello fraudolento, in cui i fondi dei nuovi investitori venivano utilizzati, in parte, per pagare i rendimenti ai precedenti investitori: uno schema Ponzi.

I social media e i video sono stati utilizzati per promuovere la piattaforma e convincere più persone a investire. Secondo il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, gli investitori sono stati indotti a investire oltre 2 miliardi di dollari in BitConnect.

Questo caso dimostra che l’emergere di un’opportunità di investimento legata a una nuova tecnologia non significa necessariamente che sia sicura o affidabile. Sottolinea inoltre l’importanza di non prendere una decisione finanziaria basandosi unicamente su promesse di profitto o sull’ampia presenza online del progetto, ma piuttosto di comprendere la natura dell’investimento, verificare chi c’è dietro e i rischi associati prima di prendere una decisione.

Questo esempio ci porta quindi a una riflessione più ampia: possiamo attribuire tutta la responsabilità all’utente oppure anche le aziende e la società devono avere un ruolo nel garantire un uso più consapevole e responsabile della tecnologia?

Quando si parla di uso responsabile dell’intelligenza artificiale, non si può addossare l’intera responsabilità all’utente. Gli individui sono responsabili di come utilizzano questi strumenti e di quanta fiducia ripongono nei loro risultati, ma anche le aziende hanno la responsabilità di essere trasparenti e di chiarire i limiti delle proprie tecnologie e le modalità di utilizzo dei dati degli utenti. Anche scuole, università e media hanno un ruolo da svolgere nella sensibilizzazione. Come possiamo aspettarci che gli utenti utilizzino la tecnologia in modo responsabile senza fornire loro le conoscenze e gli strumenti necessari? 

Pertanto, la consapevolezza tecnologica rimane una responsabilità condivisa tra individui, aziende e società.

Il futuro non si riduce necessariamente a una scelta tra “usare l’IA” o “non usarla”, ma la questione più importante è come utilizzarla senza rinunciare al nostro giudizio, al nostro pensiero critico e alla nostra responsabilità.

Articolo di Fatima Namiq

Affideresti la tua vulnerabilità ad una AI “priva di giudizio”?

Dietro risposte “senza giudizio” potrebbe nascondersi l’illusione di essere compresi

Adam Raine aveva sedici anni e viveva in california. Il suo desiderio era quello di essere ascoltato, compreso, e davvero ” visto”  ma purtroppo non ha mai avuto modo di realizzarsi, siccome la sua tragica fine, nell’aprile del 2025, non gliel’ha permesso. 

Il deterioramento della sua salute mentale era arrivato al culmine della sua manifestazione quando e’ stato ritrovato senza vita dai genitori. 

Tutto era cominciato con richieste ordinarie: una chiacchierata con un chatbot generativo capace di accogliere ogni suo pensiero. Dai prompt su quesiti di chimica e geometria per la scuola, la conversazione è scivolata rapidamente sul senso di estraneità verso la famiglia, sulla solitudine perenne e su un vuoto incolmabile in cui Adam sprofondava giorno dopo giorno, conversazione dopo conversazione.

Il ragazzo cercava di essere ascoltato, ma sembrava che intorno a lui nessuno era disposto a partecipare al suo dolore; attorno a sé percepiva solo indifferenza. 

Ma qualcuno disposto ad ascoltarlo, in realtà, c’era: un’entità che non poneva limiti a nessun pensiero, per quanto autodistruttivo. ChatGPT è diventato il suo compagno costante. Dietro risposte apparentemente empatiche e rassicuranti, l’intelligenza artificiale ha finito per convalidare frasi disturbanti, assecondando il suo malessere, incitandolo, fino al tragico epilogo.

Naturalmente, i genitori di Adam non potevano abbandonare la lotta contro l’azienda sviluppatrice di questo chatbot generativo, openAi, che, pur indirettamente, ha portato in qualche modo a questo triste episodio: la causa alla corte suprema era inevitabile. E’ intuitivo che l’azienda multinazionale non poteva stare a guardare il risvolto di quello che poteva determinare una grave pena legale nei suoi confronti, ed è così che ha depositato un documento di 14 pagine per difendersi dall’accusa. 

La questione, tuttavia, non si riduce a una battaglia giudiziaria tra due genitori distrutti e un colosso tecnologico, Adam poteva essere chiunque: un adolescente comune per cui il peso dell’esistenza era diventato insostenibile; una persona che ha cercato aiuto, ma non l’ha trovato nel mondo reale. Il punto cruciale è proprio questo: un chatbot non è uno psicologo, né un caro amico o un confidente, eppure viene sempre più spesso investito di questo ruolo, come se potesse comprenderci meglio di chiunque altro. 

Qualsiasi persona che possa sentire queste parole potrebbe dire la stessa cosa: tutti sappiamo che un chatbot non potrà mai sostituire le figure umane che ci assistono nelle nostre battaglie più profonde, ma perché allora i dati ci dicono il contrario? 

Il 25% dei giovani che hanno partecipato ad un indagine su skuola.net ci dice che il 25% usa chatbot come “amico-psicologo”; mentre studi recenti della Harvard Medical School, RAND e Harvard Pilgrim Health Care Institute ci dicono che l’utilizzo di chatbot per consulenze psicologiche è aumentato di oltre il 40% tra i ragazzi nell’ultimo anno.

Sempre più persone chiedono consigli all’intelligenza artificiale in situazioni di disagio psicologico, come momenti di forte stress, rabbia, ansia o depressione. Ma cosa ci spinge davvero a preferire l’AI a uno specialista, ad un amico o un familiare?

Tra costi, disponibilità immediata, efficienza e velocità, la risposta più autentica è probabilmente un’altra: il giudizio. Chiunque ci circondi ha già un’opinione su di noi; in quanto esseri umani, siamo creature estremamente vulnerabili allo sguardo altrui, specialmente quando dobbiamo esporre le nostre fragilità. Ci vuole coraggio per rivelare senza riserve i propri conflitti interiori.

Ed è proprio qui che il modello conversazionale interviene: l’AI non ti conosce, non ti vede quotidianamente, non condivide la tua vita sociale. È semplicemente uno strumento, una macchina che processa input e restituisce output, spesso senza fornire vere e proprie risposte umane. Eppure, l’illusione di sicurezza che trasmette è potente in quanto trasforma l’atto della confessione in un rito tecnologico privo di attrito.

Non si teme il giudizio di un algoritmo, ma è proprio quella stessa paura a frenarci nelle nostre scelte e relazioni reali. In fondo, essere umani significa accettare di mostrarsi vulnerabili, ma con piena consapevolezza.

Articolo scritto da Aya Tajeddine in collaborazione con Elia Gallo, Francesca Bacino e Andrea Alfieri

CONTATTI

un progetto di
con il contributo formativo di

Copyright © 2026 | Filo | D.O.C. s.c.s. | Fondazione Compagnia di San Paolo | Fondazione Italia Digitale