Vorresti vivere fino a 130 anni grazie all’Intelligenza Artificiale?

La tecnologia sta cambiando anche il modo in cui pensiamo alla salute, al corpo e alla prevenzione.
Tra medicina, dati personali e futuro della salute, il confine tra innovazione e controllo è sempre più sottile.

Il legame tra IA, potere, lavoro e arte

L’ultima lezione di Filo ha visto come ospite Marco Bani, responsabile degli Affari istituzionali presso il Senato della Repubblica ed esperto di innovazione digitale. Il suo intervento si è focalizzato sul legame tra intelligenza artificiale, potere, lavoro e arte.

L’intelligenza artificiale si configura prima di tutto come uno straordinario strumento di potere. A questo proposito, Bani ha richiamato la definizione di Marvin Minsky, oggi più attuale che mai: “l’intelligenza artificiale è la scienza di far fare alle macchine cose che richiederebbero intelligenza se fossero fatte dagli uomini”. Poiché ogni tecnologia rende alcune azioni possibili e altre impossibili, essa distribuisce quote di potere. Sul piano geopolitico, questo si traduce in uno scontro aperto tra due superpotenze: Stati Uniti e Cina. Entrambe competono per il monopolio delle materie prime, dei chip e delle schede GPU necessarie per l’addestramento dei modelli, delle infrastrutture e dei migliori talenti.

L’Europa ha invece scelto di non competere sul piano dello sviluppo tecnologico ed economico, ma di puntare sulla regolamentazione. Attraverso strumenti come l’AI Act, l’Unione Europea mira a garantire un uso protetto della tecnologia per i cittadini, vietando ad esempio il social scoring, la valutazione automatizzata degli utenti in base ai loro comportamenti. Una pratica, invece, ampiamente diffusa in Cina, dove il rispetto delle norme statali determina il punteggio di affidabilità del cittadino, fino a limitarne i diritti fondamentali, quali la libertà di viaggiare o uscire dal Paese in caso di punteggi troppo bassi. Dalla geopolitica, Bani sposta il focus sul mercato del lavoro e sulle sue prospettive future.

La sua visione propone una prospettiva differente e particolarmente interessante. L’AI può essere impiegata per automatizzare i lavori usuranti e alienanti, “liberando” i lavoratori affinché possano dedicarsi a mansioni più complesse, stimolanti e ad alto valore aggiunto. Il vero nodo critico non è dunque la scomparsa del lavoro, ma la tenuta delle posizioni entry-level. Oggi l’addestramento e la gestione dei sistemi di AI richiedono competenze prevalentemente senior, rendendo sempre più difficile l’ingresso dei neo-laureati nel mercato del lavoro. Senza però la possibilità di formare i giovani sul campo, la futura classe di esperti rischia di estinguersi.

La risposta sfida risiede, secondo Bani, nell’investimento sull’istruzione e sulla formazione continua. Infine, l’intervento di Bani ha toccato il rapporto tra intelligenza artificiale e arte, mettendo in discussione il concetto stesso di creatività nell’era dei modelli generativi.

Se le macchine sono ormai in grado di produrre immagini, musiche e testi stilisticamente impeccabili ricombinando miliardi di dati preesistenti, l’arte umane risulta di conseguenza “obsoleta”? È tuttavia necessario considerare che la vera creazione artistica non risiede nella perfezione dell’opera, ma nell’intenzione, nell’esperienza vissuta e nella capacità di suscitare emozioni. L’AI non rende quindi l’uomo obsoleto, ma mostra come queste due entità comunichino differentemente tramite l’arte. L’AI calcola l’opera perfetta, l’uomo esprime ciò che ha realmente vissuto e sentito.

Articolo scritto da Ylenia Salomone

IL BOOKLET: dall’idea alla carta

La realizzazione del nostro booklet nasce con l’obiettivo di restituire a voi e alla città di Torino un elemento cartaceo che possa racchiudere in poche pagine l’esperienza poliedrica vissuta da noi ragazzi di Filo.

Un volantino apparentemente semplice nasconde in realtà un accurato lavoro di ideazione e selezione. Quali sono stati, quindi, i passaggi fondamentali per la sua realizzazione?

Tutto ha avuto inizio con un brainstorming. Si è trattato forse della fase più stimolante e utile del processo, in quanto ci ha permesso di raccogliere tutte le tematiche che ci avevano maggiormente incuriosito durante gli incontri di formazione con i relatori.

È seguita poi la fase più creativa, in cui abbiamo dato libero sfogo all’immaginazione nel convertire le nozioni selezionate in contenuti facilmente fruibili. Ad ogni ospite abbiamo infatti associato un format differente: da spunti di riflessione e curiosità a giochi e simpatici elementi visivi.

Infine, grazie al prezioso supporto grafico di Fiorenza, le nostre idee hanno preso forma visiva e il booklet è stato pronto per andare in stampa.

Consigli per l’uso:

1. sfogliate attentamente il booklet;

2. fatevi incuriosire dalle tematiche;

3. scansionate il qr code per leggere gli approfondimenti sul nostro blog.

A cura di Annalisa Perazzini, Chaimaa El Fassihi, Debanhi Loana Garcia Reyes, Diana Cima, Sara Montiglio

Oltre la bolla. Rischi e trappole nell’era dell’Onlife.

Quando è stata l’ultima volta che hai fatto una ricerca sul web senza che qualcuno avesse già deciso per te cosa dovevi trovare?

Il 19 settembre Arianna Ciracò, avvocata esperta in legal tech, ha smontato la narrazione della tecnologia come “servizio gratuito per l’utente”. La verità è che non siamo di fronte a un’offerta o un dono, ma a un contratto di servitù volontaria
per cui cediamo dati e pensiero in cambio del privilegio di non fare fatica. Ciracò ha esplorato in particolare la dimensione dell’Onlife, la condizione in cui la sfera analogica e quella digitale si fondono in un’unica infosfera, ossia l’ambiente di informazioni e relazioni in cui siamo costantemente connessi. Ciracò evidenzia come la nostra autonomia sul web non sia un diritto garantito, ma un’illusione che gli algoritmi alimentano ogni giorno.


Quando effettuiamo una qualsiasi attività online, le piattaforme attivano un processo articolato in tre fasi: l’indicizzazione (indexing) per catalogare e organizzare i contenuti, decidendo a monte cosa esiste e cosa no, la classificazione (ranking) per stabilire un ordine di visibilità il più appealing possibile per l’utente, e la profilazione (profiling), ossia l’attività di monitoraggio finalizzata a dedurre i nostri interessi e prevedere le nostre azioni future. Si originano così, da un lato, le filter bubble, un ambiente informativo e personalizzato che mostra solo i contenuti che si allineano con le preferenze dell’utente, isolandolo da punti di vista diversi, e, dall’altro, le echo chamber, una “stanza” virtuale in cui persone con le stesse idee si incontrano, rinforzando le proprie opinioni fino a farle sembrare l’unica verità possibile. Il rischio combinato di queste due strutture digitali è l’isolamento degli individui in spazi informativi opachi che manipolano le loro decisioni, amplificano la disinformazione e frammentano il dibattito democratico attraverso la polarizzazione aggressiva delle opinioni.
A queste distorsioni informative si sommano anche rischi giuridici e cognitivi. Sul piano legale, la profilazione e l’uso non autorizzato di dati, immagini e voci (come nei deepfake, falsificati tramite l’AI in modo da essere estremamente realistici) minacciano la privacy e la reputazione individuale. Per contenere discriminazioni e abusi, l’AI Act europeo (Regolamento UE 2024/1689) ha introdotto una classificazione del rischio, proibendo pratiche inaccettabili come il social scoring o le tecniche subliminali e offrendo maggiore garanzia agli utenti.


Invece sul piano cognitivo, i rischi principali sono l’epistemia, ossia l’illusione di conoscenza che si ha quando si interagisce con l’AI, e la sycophancy, vale a dire la tendenza del modello ad assecondare l’utente. A questo si aggiunge il fenomeno delle allucinazioni. L’AI non garantisce risposte sempre esatte né un’effettiva aderenza alla realtà, poiché i modelli generativi lavorano su basi probabilistiche (calcolando la sequenza di parole più probabile) e non su una reale comprensione dei fatti. Fare affidamento su questi strumenti alimenta così il cognitive offloading, ovvero la delega sistematica del pensiero critico alla macchina, con conseguente depotenziamento delle competenze professionali e analitiche (deskilling).
La riflessione che emerge, dunque, non riguarda il rifiuto della tecnologia, ma la necessità di riconoscerne il vero costo. Tra la profilazione invisibile del web e la delega cognitiva all’AI, il rischio reale è scambiare la comodità di questi strumenti con la perdita della nostra indipendenza. Ciracò sottolinea come la sfida del futuro si gioca sulla nostra capacità di continuare a dubitare, verificare le fonti e esercitare il nostro pensiero critico per rimanere soggetti realmente attivi e consapevoli all’interno dell’infosfera.

Articolo scritto da Ylenia Salomone

L’AI rende DAVVERO migliore la democrazia?

L’Intelligenza Artificiale può davvero rendere migliore la democrazia? ⚡

Nel primo incontro di Filo, insieme a @gianluca_sgueo abbiamo esplorato le rivoluzioni che l’AI sta portando nel mondo della politica e della pubblica amministrazione — come nel caso di Diella, il ministro virtuale albanese gestito da un’AI.

Ma c’è un cortocircuito di fondo:
⚡ L’AI nasce per velocizzare e risolvere i problemi nel modo più efficiente possibile.
🐢 La democrazia è un processo lento, nato per rappresentare e mediare i bisogni di tutti.

In un mondo che corre verso l’automazione, la lentezza della democrazia è davvero un’inefficienza da correggere o è la nostra più grande garanzia di inclusione? 💭

Attraverso le rivoluzioni dell’AI: come la tecnologia sta ridefinendo chi siamo

La seconda lezione di Filo ha ospitato Davide Casaleggio, imprenditore ed esperto di strategie digitali, con un intervento dedicato alle rivoluzioni dell’intelligenza artificiale e alla frattura che sta provocando su 5 sfere tipicamente umane: intelligenza, conoscenza, lavoro, sanità e coscienza. Ambiti che l’individuo ha da sempre definito caratteristiche identitarie della propria natura, ma che l’AI sta trasformando, ridefinendo ciò che finora abbiamo considerato esclusivamente nostro. 

L’individuo ha perso il monopolio “biologico” dell’intelligenza perché il centro del pensiero si è spostato all’esterno della nostra testa, trasformando l’intelligenza in un’infrastruttura che acquistiamo a consumo, proprio come l’elettricità. Basti pensare ai piani di abbonamento premium o pro delle varie AI, i quali consentono un differente accesso alle informazioni. Lo stesso accade per la conoscenza. Memorizzare e accumulare informazioni è diventato un esercizio obsoleto, la vera sfida dell’educazione diventa la capacità di applicare le competenze per risolvere problemi in tempo reale, esattamente come fa l’AI.  

Questa trasformazione travolge poi il lavoro, dove si spezza definitivamente il legame tra presenza umana, produzione di valore e retribuzione. Ciò si nota benissimo negli ambiti di programmazione o di graphic design, nei quali agenti sintetici generano software completi o campagne visive in totale autonomia 24 ore su 24, producendo capitale senza che alcun lavoratore debba impiegare le proprie ore di vita per ricevere, in cambio, lo stipendio.

Allo stesso modo, l’AI riesce a riscrivere i confini della biologia e della sanità umana. Attraverso modelli avanzati di AI, la ricerca sta rendendo possibile il ringiovanimento delle cellule fino allo stato staminale, alterando la sequenza naturale del processo d’invecchiamento e allungando sempre di più l’aspettativa di vita. L’ultima sfera è invece la coscienza, la consapevolezza che si ha di sé stessi e del mondo esterno.

L’individuo ha sempre affermato che ciò che distingue l’uomo dagli animali è la coscienza. Ma adesso che anche l’AI opera con un’apparente consapevolezza di sé, la nostra identità perde i suoi punti di riferimento. 

E allora, se l’intelligenza diventa un bene a consumo, il valore si scinde dal lavoro e la biologia viene riscritta, la vera provocazione rimane una sola: cosa ci rende ancora umani? 

Articolo scritto da Ylenia Salomone

L’AI rende la democrazia migliore? Il caso Diella e la sfida del digitale

Sabato 5 settembre ha preso inizio Filo, il programma di formazione e co-progettazione nell’ambito del digitale.

La prima giornata ha ospitato il docente Gianluca Sgueo, esperto di transizione tecnologica, politica e democrazia. La sua lezione è ruotata attorno ad una domanda: la tecnologia, in particolare l’intelligenza artificiale, rende migliore la democrazia?
Questo interrogativo è sorto a seguito dell’implementazione dell’AI nei sistemi democratici e nella pubblica amministrazione. Un esempio concreto è Diella: la nuova Minister of State for Artificial Intelligence del governo albanese. Diella è un avatar generato al fine di assistere il primo ministro Edi Rama, gestendo “lei stessa” gli appalti pubblici e i finanziamenti in modo trasparente.

Ma l’AI può essere davvero compatibile con i processi democratici?
Sgueo sottolinea una contrapposizione profonda tra democrazia e AI. L’intelligenza artificiale vuole velocizzare, semplificare e ottimizzare i processi. Nasce infatti come strumento per comprendere un problema, scomporlo in unità e risolverlo nel modo più efficace possibile per l’utente. La democrazia, al contrario, è un processo lento e articolato, il cui scopo non è l’efficienza e la razionalizzazione della risposta, ma la mediazione e la sintesi dei bisogni della comunità. La differenza risulta dunque estremamente chiara: l’AI vuole risolvere i problemi, la democrazia vuole rappresentarli.

Attorno a tale contrapposizione si scontrano due visioni.
Da un lato i tecno-ottimisti, convinti che l’automazione dei processi possa contribuire positivamente, rendendo le decisioni più rapide, trasparenti e accessibili.
Dall’altro i tecno-realisti i quali invitano a guardarne invece i rischi rispetto alla libertà degli utenti, alla volatilità delle relazioni e alla crescente concentrazione di potere nelle mani delle Big Tech. In questo scenario, la lentezza della democrazia smette di essere una inefficienza da correggere e diventa la garanzia indispensabile per l’inclusione di ogni singola voce.

Articolo scritto da Ylenia Salomone

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